Addio a Chris Cornell

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Giovedì 18 maggio, mattina: il mondo della musica vive un altro orribile risveglio. Nessuna spiegazione, tutto rimane oscuro nelle prime ore, non si conosce nemmeno la causa. Non fosse per la quantità di notizie che rimbalzano su ogni singola testata giornalistica attendibile, sembrerebbe uno di quei macabri scherzi sulle celebrità che ogni tanto qualcuno si diverte a diffondere …
Ma è tutto vero, i titoli non lasciano spazio a dubbi e ti sbattono in faccia un fatto tanto incontestabile quanto inaccettabile: Chris Cornell se n’è andato.
Si vive un misto di confusione, frustrazione e tristezza; per l’ennesima volta la musica è costretta a piangere un artista amatissimo.
In poche ore arriva un altro pugno dritto allo stomaco: si tratta di suicidio. Le parole  rimbombano in testa e lasciano un vuoto, ogni pensiero lascia spazio a una sola, pressante domanda: “Perché?

Chris1La verità è che a volte crediamo di conoscere gli artisti che amiamo. Crediamo di conoscerli personalmente attraverso la loro musica, ma è vero solo in minima parte. Conosciamo la parte di loro che viene espressa in modo criptico e misterioso nella loro arte, ed essa acquista un significato diverso per ognuno di noi. È un rapporto comunque speciale e molto personale, ma in fin dei conti non sappiamo cosa passa per la loro testa. Leggiamo avidamente interviste, conosciamo fasi importanti della loro vita e crediamo di poterli capire, ma un evento tragico come questa scomparsa ci dice, brutalmente, che non sappiamo niente di niente, che l’artista è una cosa e l’uomo è tutt’altro.

Agli occhi di chi lo seguiva, Chris Cornell sembrava nel momento migliore della sua vita. Ha parlato spesso di demoni passati, di dipendenze da cui però si è disintossicato e di depressioni apparentemente superate. Inoltre aveva un nuovo nucleo familiare – una moglie e due figli nati rispettivamente nel 2004 e 2005 – una carriera solista che stava andando perfettamente, fatta di dischi (come l’ultimo Higher Truth) e soprattutto di live acclamatissimi in cui proponeva un vastissimo repertorio, fatto anche di cover illustri di brani dei Beatles, Led Zeppelin, Prince o Bob Dylan. Come se non bastasse aveva anche riunito lo storico gruppo con cui iniziò il suo successo, i Soundgarden. La sera prima di morire si era esibito proprio con loro a Detroit, in quella che sembrava una normale, gioiosa giornata di reunion.Soundgarden

Tutto questo, se ci fossero stati dubbi sullo stato di Cornell, lasciava trasparire solo positività. Mai nessuno si sarebbe aspettato un simile gesto.
Evidentemente tutto questo non bastava. Non bastava l’amore, la realizzazione professionale, la fama. Nonostante tutti quelli che possono apparirci come gli ingredienti di una vita perfetta, qualcosa che aveva dentro di sé ha avuto la meglio. Qualcosa di incurabile e profondo, un tormento interiore che forse nessuno, nemmeno chi gli è più vicino si spiegherà mai, e che lui ha saputo celare perfettamente. Tutto ciò che ha superato sembra non averlo reso più forte, ma più fragile.
Eppure con la fragilità proprio non si conciliava quella sua voce così potente da far tuonare il cielo ai tempi dei Soundgarden o degli Audioslave.
Voce che però, soprattutto nel suo periodo solista, sapeva farsi anche dolce e morbida, accompagnata da una altrettanto delicata chitarra.

Si, era tantissime cose Chris Cornell. Un cantante assolutamente straordinario e versatile e un ottimo chitarrista, ma anche un cantautore e un interprete eccezionale.
E non solo. È stato un protagonista degli anni ‘90, idolo di una generazione. È stato qualcosa di importante, intimo e personale per ogni appassionato della sua musica, per tutta quella gioventù che cresceva con il grunge. Lo è stato per ciascuno di loro in modo diverso, in ogni canzone in modo diverso.

Buffo come la passione per la musica ci leghi così tanto ad artisti che non conosciamo di persona, ma sta di fatto che svegliarsi all’improvviso senza Chris Cornell è stato un duro colpo per migliaia, milioni di persone.

ChriseAndrewCosì com’è doloroso, da ieri, riascoltare tante delle sue opere in cui è trattato il tema della morte, della depressione, della negatività in generale.
Dai Temple of the Dog, creati da Chris solo e unicamente per omaggiare con un album il suo amico e coinquilino scomparso Andrew Wood, alle poesie traumatiche di Superunknown (1994), il disco più famoso dei Soundgarden considerato l’ultimo capolavoro del grunge, fino ad alcuni brani malinconici della sua carriera solista, ogni parola oggi è ancora più straziante.

Certi avvenimenti portano inevitabilmente a un nuovo tipo di popolarità chi ne è protagonista e forse, proprio ora che queste sue canzoni riecheggiano ovunque, molti ragazzi avranno modo di scoprire la musica e l’anima di questo personaggio così complesso, insieme allo spirito di intensa passione musicale che la scena di Seattle ha sprigionato e che manca nella scena commerciale contemporanea.

Non possiamo sapere dove ti trovi ora, tutto ciò che possiamo augurarti è di trovare da qualche parte la pace che in questo mondo non sei riuscito in alcun modo a darti.

Grazie per l’enorme eredità musicale che ci hai lasciato, anche se ora abbiamo bisogno di un po’ di tempo prima di ascoltare, solo un po’… Per cercare di non prenderla troppo male.

Ciao nostro Chris.

 

Renato Cacciapuoti, speaker di Rocktail

Renato Cacciapuoti