I Queens of the Stone Age sono la pubblicità migliore rimasta al rock

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Palm Springs. Luogo singolare il deserto del sud della California. Per qualcuno può suonare popolare e conosciuto, confortevole. Ma vale più che altro per la famosa meta hollywoodiana di Palm Springs. Intorno tutto è misterioso, sconosciuto, alienante. Ci si può aggirare per parecchio tempo senza incontrare anima viva, vedendo una casa ogni tanto. Qui inizia la nostra storia, la storia dei Queens of the Stone Age e del loro creatore: Josh Homme.

Josh Homme QOTSAFine anni 80, Josh non ha nemmeno 20 anni e ama la musica, molta musica, da Johnny Cash ai Black Flag. Siamo nel deserto, e non ci sono locali notturni o discoteche… Per ballare devi trovare qualcuno che sappia suonare, gratis ovviamente. Non ci sono iPod e casse da portare, lì si impara a suonare per divertimento proprio e altrui. Nasce così una fiorente scena, creativa e sregolata, che ha come fulcro questi “generator party”. Non essendoci alimentazione elettronica necessaria per gli amplificatori, la strumentazione si attaccava a dei generatori portatili alimentati a gasolio. Un mondo molto, molto lontano dal nostro.

In mezzo a tutto questo rumore si crea uno stile di rock nuovo, di matrice tutta desertica: lo stoner rock.
E’ la colonna sonora del deserto, la musica che racchiude la sua essenza. La sua band principale è quella dei Kyuss. Chi sono i Kyuss? La prima band di Homme, è chiaro. Alla ricerca di originalità, usa per la chitarra un amplificatore da basso, abbassandone così il suono di due tonalità. Diventa una delle caratteristiche cardine dello stoner. Il rumore dei Kyuss è ipnotico, incandescente, arido, stordente come il deserto. Non avranno mai gran successo commerciale, rimanendo sempre di gusto underground, ma la loro importanza è grande. I destini della band si dividono dopo una decade, quattro dischi, tanto rumore, una buona quantità di feste, alcol e droga.

Il destino di Homme rimane legato a quello del suo bassista Nick Oliveri, con cui forma, nel 1996, i Queens of the Stone Age, un soprannome dato ai Kyuss dal loro produttore Chris Goss. Homme spiega che dietro a questo nome c’è un manifesto programmatico.

Perfetto. Kings of the Stone Age sarebbe suonato fin troppo duro, troppo machista.
I re dell’età della pietra indossano armature e combattono con l’ascia. Invece i Queens si portano a letto le ragazze dei re che vanno a combattere… Il rock dovrebbe essere abbastanza potente per i maschi e al contempo abbastanza dolce per le ragazze. Così ognuno è contento, tutto è più divertente…
“Kings of the Stone Age” è asimmetrico.

Da qui, la potente cattiveria dei Kyuss si sfuma, ora è più una maligna, orecchiabile melodia. Il primo disco è ancora sulla scia dei Kyuss, ma con un rilevante addolcimento dovuto anche al fatto che per la prima volta è Josh a cantare. Nei Kyuss spettava a John Garcia, con un timbro graffiato e rabbioso, invece la sua voce di Homme è pulita, melodica. Qualcuno arriva perfino a chiamarlo “Ginger Elvis”, l’Elvis dai capelli rossi.

qotsa-promo-17A mano a mano, il suono perde del tutto la psichedelia Kyussiana, rimanendo certamente hard rock ma in una forma diversa, figlia dello stoner ma più orecchiabile, più accessibile, più spensierata, senza essere per questo legata al commerciale.

Con la più rock delle attitudini, a Josh non frega niente di tutto il contorno; i soldi, il successo, i concerti sold out? Si, ma lo ottiene a modo suo. Niente compromessi. I fan sanno bene che questa band non è in vendita, e ruota intorno al personaggio più rock dell’ultima generazione rock; dopo il primo disco omonimo, del ’98, escono Rated R (2000) e soprattutto Songs for the Deaf (2002), due tra i migliori dischi rock prodotti nel nuovo millennio, trainati rispettivamente dai singoli “Feel Good Hit of the Summer” (con un testo formato solo da nomi di droghe ripetuti) e “No One Knows”, con un riff di chitarra che entra nel cervello. Songs for the Deaf in particolare porta la band al successo, e presenta un concept molto originale: le tracce dell’album sono i pezzi sentiti esplorando le frequenze delle stazioni radio della viaggio in macchina fra L.A. e Joshua Tree. Nel deserto, è ovvio. Al disco hanno collaborato anche Mark Lanegan (Screaming Trees) e Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters). Il suono è sempre molto potente, ma tra le barriere d’acciaio che le chitarre creano, si trovano pezzi davvero furiosi, altri dal ritmo irresistibile, altri dalla melodia suadente, quasi d’atmosfera.

Ci sarebbe molto altro da dire. Voi, se non l’avete ancora fatto, ascoltatelo e basta.

I 2000 vanno alla grande: Dopo il successo i Qotsa pubblicano altri due dischi, Josh fonda gli Eagles of Death Metal (ora tristemente famosi per l’attentato al Bataclan) insieme all’amico Jesse Hughes, con il semplicissimo, delizioso proposito di divertire. Homme non va mai i tour con loro a causa degli impegni con i Queens, ma compone e suona tutte le tracce in studio insieme a Hughes.

Nel mondo musicale sembra amato da tutti, ma sono famose anche le sue sfuriate contro chi ha la pessima idea di disturbare quest’omone alto 2 metri. Vedere su YouTube per credere, se non siete sensibili alle volgarità verbali.

01f6bec41f3926e94081f3776475a35a--josh-homme-stone-ageForse appartiene davvero ad un’altra epoca, ma fatto sta che un personaggio simile è una mano santa nello scenario dello showbiz contemporaneo. Ci ricorda (perché potremmo averlo dimenticato) che anche il successo può contare meno della passione, ci ricorda che non bisogna completamente stravolgere la propria musica in favore di criteri commerciali, ma che si può anche mandare al diavolo le etichette discografiche. Chiedete a un povero manager della Interscope Records che recentemente ha provato a dargli delle “indicazioni”, subito prima di vedersi sbattere una porta in faccia. Anche per quanto riguarda le pubbliche relazioni, il politically correct è lontano… Homme parla molto apertamente di ciò che non gli piace. A volte anche in modo scherzoso, come la irriverente cover di Blurred Lines di Robin Thicke (usando due confezioni di pasticche come maracas).

“Il rock sta benissimo, è l’industria che sta morendo” ha detto recentemente a Rolling Stones, dicendosi tutto sommato felice di vivere in quest’epoca.

Epoca i cui in effetti non sembrano vedere il tramonto. Nel 2013 arriva lo splendido “…Like Clockwork”, il lavoro più intimista della band, lo scorso anno un tale Iggy Pop sceglie i Queens per produrre e suonare nel suo ultimo disco, che risulta il suo migliore da molto tempo a questa parte.
E figlio di quest’epoca è anche il produttore scelto per l’ultimo, attesissimo disco della band, Villains, uscito lo scorso 25 agosto.
A sorpresa, è Mark Ronson. Ottimo produttore, ma dedito a tutt’altro genere (ricorderete almeno Uptown Funk), è stato voluto per dare un tocco ancora più dance.

A chi ci vede qualcosa di troppo commerciale, lui risponde

“Frankly, that’s just because I like to dance”

Villains in effetti non è un disco pop. Sono sempre i Qotsa, con una sfumatura dance nel loro caratteristico stile. D’altronde Homme (l’unico membro fisso dei Queens dalla loro nascita) ha sempre reso ogni disco unico, cambiando spesso featuring, musicisti e produttori coinvolti.

Si, ma com’è Villains? Ha una sua unicità nella discografia della band, e presenta 3-4 ottimi pezzi. Potrebbe essere l’inizio di una nuova strada. Non è il lavoro più riuscito del gruppo, ma rimane molto apprezzabile l’idea di esplorare, provare nuovi spunti; questo disco porta altri elementi all’originalità del gruppo e all’importanza della sua presenza sulla scena. Anche mediatica. La pubblicità di questo disco è un esempio da seguire: autoironica e divertente a volte, ma con un certo gusto estetico e la giusta dose di mistero, adatta a ingolosire prima della pubblicazione.

Tecnciamente indiscutibili come musicisti, da Homme al batterista Jon Theodore (The Mars Volta), passando per i “vecchi” Van Leeuwen, Fertita e Shuman.
Eppure si presentano senza pretese. Dopo 20 anni i Queens of the Stone Age hanno la stessa voglia di divertirsi e divertire, hanno quella sincera sfacciataggine che un po’ manca, e la cosa più importante: nel piccolo panorama del rock “mainstream” la loro discografia spicca parecchio.
Per ciò che fanno e hanno fatto, per la loro immagine, sono oggi la pubblicità migliore rimasta al rock.

Adesso non vi resta che mettervi le cuffie e alzare il volume… Ogni disco è diverso dall’altro, difficilmente non troverete qualcosa che vi piaccia. Che vi porti nel deserto, o che vi carichi, o che vi rilassi, o che vi ipnotizzi… O che vi faccia venire una voglia matta di ballare.

 

Renato Cacciapuoti, speaker di Rocktail

Renato Cacciapuoti