Numeri e orgoglio: punti di vista sui fatti Catalani

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La matematica non è mai stato il mio forte ma, in casi come questo, è maledettamente necessario partire dai numeri, far di conto su quale sia l’inopinabile sostanza di ciò che intendiamo osservare e, su queste basi, provare a costruire un ragionamento sensato. È necessario partire dai numeri per provare a capire cos’è successo in Catalogna, dove la scorsa domenica 1 ottobre si sono recati alle urne il 42,3% degli aventi diritto per esprimere il proprio parere, favorevole o contrario, sulla questione dell’indipendenza da Madrid e da un modello costituzionale mai del tutto assorbito. Di questo 42,3%, il 92% si è espresso in favore dell’indipendenza Catalana, dunque il 92% del 42,3%, ovvero il 38% circa. 1 Catalano su 3.

Catalonia-655x360-620x360Ora, al netto delle dovute considerazioni sul perché il 57,7% sia rimasto a casa o fuori dai seggi (Paura? Disaccordo? Disaffezione? Repressione? Cavoli loro?), la nuda e cruda realtà è che appena un terzo degli aventi diritto ha perorato la causa indipendentista. Molto, probabilmente, ha influito il muro eretto da Madrid per mano delle forze di polizia per impedire l’accesso a un centinaio di seggi (illegali, come l’intera iniziativa), ma riesce comunque difficile immaginare che quel “molto” corrisponda al 57,7% che a fine giornata non ha esercitato il proprio diritto di voto. Un diritto in ogni caso messo in discussione dalla mancata autorizzazione da parte del Governo Spagnolo alla tornata referendaria, che di per sé avrebbe già dovuto far riflettere sull’effettiva opportunità di tale iniziativa. La coscienza civile è, però, un fenomeno meravigliosamente potente, sia quando si manifesta in attiva partecipazione ed influenza sulla res publica sia quando resta silente. Allora è giusto e doveroso porsi delle domande su cosa sia stato, davvero, il 1 ottobre per la Catalogna. Una prova di forza civile? Una prova di disobbedienza? Un’opportunità di crescita per la Spagna e l’Europa o un brutto episodio da dimenticare? I numeri dicono semplicemente che è stato un tentativo mal riuscito, che un tema tanto nobile quale il diritto di una comunità a rivendicare democraticamente la propria autonomia non può esaurirsi ad un episodio dai connotati fortemente antidemocratici e numericamente scarno.

220px-Papeleta_Referendum_2017A questo punto, però, il fatto che la matematica non sia mai stata il mio forte torna a galla e mi spinge a  considerazioni che esulano dalla fredda rigidità dei numeri. Forse succede perché, mentre provo a raccontarvi il mio punto di vista sui fatti, sento rimbombare gli spari esplosi dal 32esimo piano di un albergo di lusso a Las Vegas. Per me, la risposta alle domande di cui sopra può essere una soltanto: il 1 ottobre è stato tutto. È stata una prova di forza civile, di dissennata e romantica disobbedienza, una grande opportunità ed anche un brutto episodio da lasciarsi alle spalle, ma non da dimenticare. È stato l’estrema ratio della democrazia, ai cui labili confini si affaccia l’anarchia, dove ognuno di noi ha il diritto di esprimersi, di combattere, di difendere un’idea, di rinnegarla. È l’Europa, è libertà, rispetto, diritti, doveri, è il presente di ciò che sui libri di storia è definita la culla della civiltà. È il motivo per cui dovremmo essere orgogliosi di essere Europei, di poter rappresentare ed esportare il vero sogno, il modello del sogno democratico Europeo, mentre dal 32esimo piano di un albergo di lusso a Las Vegas un pazzo criminale ammazza 59 persone e ne ferisce gravemente centinaia. Smettiamola di dirci rassegnati, di non credere in ciò che siamo, di pendere dalle labbra di chi è ancora lontano dal concepire l’idea che scimmia non ammazza scimmia (avete visto Il Pianeta delle Scimmie di Matt Reeves?). Smettiamola e, numeri alla mano, diciamo grazie alla Catalogna e alla sua ultrademocratica follia.

 

Angelo Cauceglia, speaker di Settimanalmente

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