Totò Riina è morto

La sua infamia precede ogni profilo che i giornali fanno dell’uomo; noi non diremo cosa fece e per cosa venne condannato. Come bisognerebbe parlare, o scrivere, di Totò Riina, se non è nostra intenzione affrontare la sua figura e gli eventi da lui scatenati, Cosa Nostra, le stragi, i crimini più svariati? Trattandosi di eventi relativamente recenti, che molti italiani hanno potuto seguire giorno per giorno, non c’è il necessario “distacco” per poter parlare di Riina così come uno storico parla, ad esempio, di Hitler. Ma l’intenzione di questo articolo è un’altra: su cosa dovremmo dirigere ora la nostra attenzione e i nostri ricordi?

Totò Riina ha fatto la storia della Repubblica Italiana. Questa è una posizione che è necessario prendere, nonostante la frase suoni disgustosamente controversa. Totò Riina diventerà, col passare dei decenni, un personaggio molto, ma molto più significativo di molti politici o celebrità nostrane.

Perché Totò Riina era un mafioso, IL mafioso per antonomasia. Le ultime condanne, quelle che lo hanno imprigionato fino al decesso (in totale sedici ergastoli e trecento anni di carcere), considerarono solo i delitti che i numerosi processi hanno potuto dimostrare, ma, più superficialmente parlando, possiamo immaginare che Riina avesse centinaia di persone sulla coscienza.

Totò Riina veniva chiamato in molti modi, tra cui “la bestia” per la ferocia che lo rese così celebre. Ma questa “bestia” era anche un essere umano. Come ci si dovrebbe porre davanti al fatto che un uomo di carne e sangue come le persone a noi più care fece quel che ha fatto? È difficile, o meglio impossibile, richiamare anche solamente l’idea del perdono per una persona che è arrivata perfino ad essere scomunicata. Senza immergerci nelle argomentazioni di teologia, è degno di nota che Riina sia stato ripudiato dalla stessa religione la cui figura centrale insegna a perdonare e amare i propri nemici. Il perdono è forse una facoltà riservata a chi dimostra di essere in minima parte un essere umano, e Riina pare avere fallito in questo.

È possibile negare che, come affermava lui stesso, amasse i suoi figli o sua moglie? Che la sua infanzia miserabile e la sua ignoranza siano le cause della sua vita così disumana? È certamente impossibile negare che fosse convinto che la vita del malavitoso fosse la sua strada, la sua giustizia. Se dovessimo ragionare in questi termini, tutti saremmo giustificati a commettere ogni tipo di azione. Non funziona così. Il nostro disappunto, la nostra natura non può giustificare ogni azione da noi compiuta e non può salvarci dalla giustizia, qualunque idea noi ne avessimo. Perché senza la giustizia assolutamente imparziale, che deve considerare il reato in primis e non il profilo dell’imputato, ci sarebbe il caos e nessuno avrebbe giustizia alcuna.

Cosa ne dovremmo fare della memoria di Totò Riina? Dimenticare non sarebbe forse corretto nei confronti delle vittime e soprattutto dei loro familiari, ma parlarne troppo forse riapre ferite che vorrebbero rimanere coperte o portare celebrità a chi vive ancora dei sistemi di Cosa Nostra. Dove bisogna disegnare la linea tra gloria ricochet e il dovere di ricordare affinché si possa cambiare?

 

Matteo Antiga