The Greatest Showman, the greatest movie

Dopo averlo visto due volte al cinema e dopo aver ascoltato fino allo sfinimento la playlist di Spotify con tutta la colonna sonora del film, posso affermare senza paura di essere smentita che The Greatest Showman è un capolavoro cinematografico e musicale. Dall’inizio alla fine, la pellicola firmato Michael Gracey ha la forza di far venire la pelle d’oca e trasmettere una carica incontenibile.

Ci sono tante cose che bisogna dire di questo film, ma andiamo con ordine. Cercherò di evitare eccessivi spoiler, perché spero che dopo aver letto questo articolo accorrerete in massa al cinema per assicurarvi un posto in sala.

La Trama

The Greatest Showman è un musical biografico, incentrato sulla vita di Phineas Taylor Barnum, l’inventore del circo. Visionario dalle umili origini, P. T. Barnum (interpretato da un incantevole Hugh Jackman) lotta per realizzare i suoi sogni: conquistare la donna amata, regalarle una vita agiata, dare sfogo alla sua immaginazione e fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima –  mettere insieme persone emarginate dalla società, piazzarle sotto i riflettori e dare al pubblico quello che ancora non sapeva di volere. E ci riesce.

Nel film viene definita “un’esaltazione dell’umanità”: mettere insieme persone di ogni etnia, statura, aspetto fisico ed estrazione sociale, per creare uno spettacolo in cui tutti sono trattati allo stesso modo.

L’intreccio non è nulla di complicato e non è certo questo il punto di forza del film. Eliminata la musica, i colori e la bravura degli attori, ci ritroviamo con una trama mediocre e probabilmente noiosa. Niente colpi di scena, risvolti struggenti o sviluppi intriganti, solo melodie e coreografie coinvolgenti che caricano gli spettatori di entusiasmo.

Il Cast

Cento punti alla persona attorno cui ruota tutto il film: Hugh Jackman, che si toglie gli artigli di Wolverine e mette un cappello a cilindro per interpretare un ruolo che sembra nato per fare. Lo X-Man ormai in pensione dimostra di avere una voce e una presenza scenica a cui i precedenti lavori Marvel non rendevano giustizia. Per non parlare di un sorriso incredibilmente ammaliante che sembra scacciare tutti i problemi del mondo.

Ad accompagnare Hugh-Barnum, un insignificante Zac Efron (nei panni di Phillip Carlyle), la cui presenza non si spiega, se non per il fatto che forse porta al cinema le ragazzine cresciute col mito di Troy Bolton. Le espressioni del giovane attore sono sempre le stesse di High School Musical; nel frattempo non sembra aver imparato a ballare, né tantomeno a recitare, ma nulla si può dire delle doti canore che, seppur non eccezionali, non stonano nel contesto del film.

Zac è il belloccio del film, l’elemento che apre le porte alla love story con la troppo-simile-a-Vanessa-Hudgens Zendaya, che nel film recita la parte della trapezista/acrobata. Interpretazione non sbalorditiva ma nemmeno scadente. Cento punti anche a lei per la voce.

Ruolo marginale, ma col suo senso, per Michelle Williams, quattro volte nominata all’Oscar come miglior attrice (protagonista e non), che in The Greatest Showman ha il ruolo di moglie di Barnum. Bella, brava, carismatica, è il motore di tutte le scelte del protagonista, il motivo per cui Barnum fa quello che fa, il principio e la fine di tutto. Una piccola parte musicale (una canzone e mezzo) anche per lei, di cui non possiamo certo lamentarci.

Entriamo nella sostanza del film con Keala Settle, la donna barbuta. Se prima del suo arrivo avevo la pelle d’oca solo sulle braccia, quando comincia a cantare Keala i brividi arrivano fino alle caviglie. Famosa nel mondo dei musical di Broadway, Keala debutta sul grande schermo nel 2015 in un film di Jonathan Demme, e fa il bis nel 2017 in The Greatest Showman. Interpreta la proverbiale donna barbuta, leader dei “fenomeni da baraccone” che Barnum riunisce per il suo spettacolo. Chapeau.

Il Musical

Ma ora arriviamo al bello. La musica. Oh, la musica. The Greatest Showman inizia con Hugh Jackman nei panni di un Barnum già di successo, che apre le danze con un pubblico di cui sono inquadrate solo le gambe, che tengono il ritmo e accompagnano la canzone. Questa prima scena, già di per sé elettrizzante, detta la linea di tutto il resto del film.

Le canzoni hanno l’impostazione corale tipica dei musical, che forse si può apprezzare davvero soltanto in un cinema con un giga-mega-schermo e il Dolby Surround. Se qualcuno può vantare un simile impianto in casa propria, contattate la redazione chiedendo di me e sarò felice di accettare un invito a cena.

La musica, dicevo, travolge come l’onda di calore che ti investe quando apri il forno dopo aver cucinato qualcosa. La sensazione provata mi ricorda sempre quella scena del Grinch dove lui guarda con occhi nuovi la luce del tramonto, e il cuore gli si scalda. Ecco, le canzoni di The Greatest Showman scaldano il cuore, e lo elettrizzano tanto da farlo battere a ritmo di musica.

Nel frattempo il piede comincia involontariamente a tenere il tempo, un sorriso si stampa inaspettato sul volto e ci si ritrova totalmente coinvolti dai suoni, dai colori e dalle emozioni trasmesse non solo dalla musica, ma anche dalle espressioni degli attori che incarnano e veicolano con efficacia magistrale il messaggio contenuto nel testo dei brani. Una perfetta sincronia e armonia tra ciò che si ascolta e ciò che si guarda.

Per approfondire (ma per capire davvero dovreste andare al cinema), tutti i brani li trovate qui sotto ⬇.

P. T. Barnum

Un’altra cosa che succede, almeno a me, quando si termina la visione del film, è l’esplosione della curiosità di scoprire di più su questo genio (maledettamente affascinante), che ha inventato il circo. E allora Wikipedia, Phineas Taylor Barnum. Vi risparmio la fatica facendovi un piccolo riassunto.

Prima di tutto, nella realtà non è affatto così affascinante – ma, d’altronde, come Hugh Jackman c’è solo Hugh Jackman. Barnum (1810-1891), “imprenditore e circense statunitense”, fu celebre per alcuni fattori che nel film sono accennati, ma non messi in eccessiva evidenza: la massiccia pubblicità giornalistica e murale, le polemiche e le critiche sul suo lavoro, e il suo essere un “mistificatore” dichiarato, cioè un manipolatore della realtà.

Nel 1872 Barnum fonda The Greatest Show on Earth, un circo di dimensioni epocali (ospitava quasi ventimila spettatori), in cui ha dato vita a un mastodontico spettacolo circense. La struttura fu distrutta da un incendio, e Barnum si mise in affari con altri imprenditori per continuare a inseguire il suo sogno (e qui la storia è anche uno spoiler quasi preciso).

Il nome di Barnum è anche legato a quello che oggi è ricordato come “effetto Barnum” (effetto Forer), cioè “la tendenza dell’individuo di credere che una descrizione, un oroscopo, un profilo psicologico, e così via, siano ritagliati perfettamente su misura propria anche quando essi sono formulati in termini molto generici”. Questo perché negli spettacoli di Barnum c’erano talmente tante attrazioni, spettacoli, numeri ed esibizioni che ciascuno poteva trovare qualcosa che incontrasse i suoi personali gusti.

Moulin Rouge!

Da fan sfegatata di Moulin Rouge! non posso permettermi di chiudere questa recensione senza spendere due parole sulle somiglianze tra i due musical. Non riesco a trovare nessun collegamento formale tra i due film, ma le analogie sono palesi e un confronto è d’obbligo.

In primo luogo ci sono dei nessi nel contesto: un teatro mal visto dall’opinione pubblica ed evitato dalle classi più nobili, un sognatore che non si arrende nell’inseguire i propri sogni, i reietti della società come protagonisti in sottofondo, una storia d’amore apparentemente impossibile tra il Romeo e la Giulietta della situazione, e altri elementi simili ma pur sempre marginali.

Poi i colori, della scenografia e degli abiti appariscenti, le luci e l’atmosfera. Ma la cosa che più mi ha fatto pensare “questo è identico a Moulin Rouge!” è una delle primissime scene, che poi si ripete in forma più lieve anche in seguito. Al termine della canzone, Hugh si ferma per godersi gli applausi del pubblico che però vengono silenziati: si sente solo Barnum ansimare, mentre si vedono gli spettatori alzarsi e urlare e omaggiare l’esibizione.

I-den-ti-ca alla scena in cui Satine (Nicole Kidman in Moulin Rouge!) fa la sua prima esibizione, ma si sente male e mentre si sentono solo i suoi respiri si vedono i clienti gridare e applaudire e festeggiare. Le due scene sono costruite e impostate in maniera palesemente simile.

Resta il fatto che è un espediente estremamente efficace, quello di “fermare il tempo” esteriore per mettere in evidenza un andamento più introspettivo della trama, concentrandosi sul punto di vista e le sensazioni del protagonista.

Al di là dei commenti e delle impressioni personali, The Greatest Showman si aggiudica una nomination ai Golden Globe per il miglior attore in un film commedia o musicale (Hugh Jackman), per il miglior film commedia o musicale e per la miglior canzone originale (“This is me”).

Concludo rinnovando l’invito ad andare al cinema a vedere The Greatest Showman perché non ve ne pentirete. Vi lascio con una perla del nostro mitico Phineas Taylor Barnum, nemico dei procrastinatori:

Qualunque cosa tu faccia, falla con tutta la tua potenza. Lavoraci su, giorno e notte, nella stagione e fuori stagione, non lasciare niente di intentato, e non rinviare mai di una singola ora quello che può essere fatto altrettanto bene ora.” 

Alessandra Carraro