Il mondo dei Pink Floyd fa tappa a Roma per prendervi la mano e farvi viaggiare come in un sogno

The Pink Floyd Exhibition è così ben riuscita da risultare perfettamente adatta a qualsiasi tipo di visitatore. Fan di una vita, ascoltatori occasionali, curiosi, novizi, scettici, giovani appassionati o donne e uomini cresciuti con un ‘diamante pazzo’ sulla testa e col prisma di Dark Side negli occhi. I corridoi della mostra tendono ad essere un intreccio di generazioni. Più che di esposizione, possiamo parlare di ‘esperimento tecnologico’, un esperimento perfettamente in linea con la logica musicale e scenica ricercata dai Pink Floyd per quasi 40 anni. Il MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma) accoglie in grande stile l’eredità della band dopo l’enorme ed inatteso successo della tappa londinese che ha raccolto ben 400.000 visitatori. Qui a Roma c’è tempo fino all’1/07 per assistere ad uno dei racconti musicali più coinvolgenti mai realizzati.

All’ingresso della galleria vi renderete conto in pochi istanti che state per vivere un’esperienza emozionante. Pronti, via. Si parte con un omaggio a Syd Barrett, una serie di video per spiegare la sua influenza sulla formazione e il sound del gruppo ed alcune sequenze musicali degli ultimi anni sessanta che incorniciano perfettamente il ricordo del più creativo e influente della prima formazione dei Pink Floyd. Il filo rosso che lega gli ambienti della mostra e consente di immergersi completamente nelle parole e nelle note della band è, senza dubbio, l’innovativo sistema di audioguida ideato dai curatori. Durante tutto il percorso della mostra, senza che il visitatore perda tempo a leggere ed inserire numeri su un marchingegno infernale, il sistema capirà dove vi trovate e vi farà automaticamente ascoltare in cuffia musica, dialoghi, storie, assoli ed effetti in base a ciò che guardate. Questo consente, prima di tutto, di coinvolgere meglio i sensi dei visitatori senza deconcentrarli o annoiarli e, in secondo luogo, di ‘forzare’ gli stessi lungo un percorso che racconta coerentemente un percorso musicale che merita di essere conosciuto e/o scoperto nella sua interezza.

Si parte dalle origini, dalle sperimentazioni progressive e dalla sconfinata vena creativa di Syd Barrett. I ritmi psichedelici di The Piper at The Gates of Dawn raccontati tramite le note di Interstellar Overdrive, il doloroso allontanamento dello stesso Barrett e poi ancora Atom Heart Mother passando per le foto, le lettere e le chitarre risalenti al periodo di Ummagumma. I costumi usati sul palco durante i live di A Saucerful of Secrets e un meraviglioso estratto del docu-concerto del ’71 a Pompei. Passo passo, fino ad arrivare a The Dark Side of The Moon al quale, oltre ad una enorme parete che mostra ogni tipo di record infranto dal disco, oltre ad una teca di ricordi della band, oltre ad una video testimonianza di Gilmour e Waters e vari estratti musicali, è dedicata una grande stanza buia, dominata dall’ipnotico ologramma di un prisma rotante nella quale l’audioguida sparerà integralmente The Great Gig in The Sky nelle vostre orecchie (qualità Sennheiser, non manca davvero nulla). Il carico di emozioni accumulato fino a questo punto potrebbe abbondantemente bastare per andar via con il sorriso stampato sul viso ma, che ci crediate o no, siamo solo all’inizio. Si prosegue con l’incredibile storia della copertina di Wish You Were Here e con il particolare ascolto della title track dell’album eseguita in parallelo da Waters e Gilmour in un clip ben riuscito.

Ai tempi di Wish You Were Here i Pink Floyd erano già tra le band più influenti del pianeta e, in quanto tali, attorno alla loro musica si intrecciarono tanti modi di fare arte. Partendo dalla fotografia e l’iconografia nelle copertine dei loro album e nelle cartoline, passando per la scenografia durante i tour, fino ad arrivare alle rappresentazioni coreografiche di alcuni tratti fondamentali dei loro testi e dei loro messaggi. The Pink Floyd Exhibition è anche questo: scatti, strumenti, pezzi di scenografie, riproduzioni di alcuni simboli iconici.

Molto interessante, inoltre, la sala dedicata all’evoluzione dei ritmi, alla ricerca sonora e alla strumentazione adoperata dalla band nel suo lungo percorso. Davvero simpatica la postazione che permette di mixare Money in tutte le salse. Magnetici, invece, i racconti di Gilmour sulle sue chitarre e i suoi assoli ‘a cappella’. A molti potrebbe capitare di restare impressionati dalle dimensioni e dalla complessità delle strumentazioni adoperate. Il piatto forte dell’esposizione, però, è senza dubbio l’enorme sala dedicata a The Wall, Animals e The Final Cut. Stesso format degli ambienti precedenti per il racconto della storia degli album e delle loro cornici musicali ma tanta tanta efficacia scenografica nei gonfiabili a forma di pecora del tour ’88, nella surreale storia della copertina di Animals, nella riproduzione della stanza del Motel Tropicana di LA in cui è proiettata Another Brick in The Wall, nello scorcio di muro nel quale si fa spazio il soldato pugnalato alle spalle in The Final Cut. Parliamo di un ambiente che manda in iperventilazione un ‘fan sfegatato’ ma che è capace di far girare la testa anche ad un semplice curioso. Le storie folli degli anni ’80, anni di massimo successo per la band, raccontate dalle voci dei protagonisti dei loro spettacoli donano ad ogni tratto della sala un’aura quasi storica.

Chiusa con The Final Cut l’era di Waters, passiamo al capitolo a trazione Gilmour con a Momentary Lapse of Reason. Lo schermo tondo e le luci verso il pubblico durante l’ascolto di Learning To Fly potrebbero far sciogliere i più deboli di cuore che sentirebbero il bisogno di stendersi sui famigerati letti in copertina d’album (sparsi sui muri della sala) per riprendersi e proseguire. Siamo a fine anni ’80, nel periodo di piena maturità e notorietà della band, nel periodo dei tour mastodontici in giro per il mondo. I dati impressi sulla parete della sala dedicata a The Division Bell lasciano letteralmente a bocca aperta. Si tratta di dimensioni dei palchi, strumentazione, staff tecnico, biglietti venduti, strumenti scenografici, intrattenimento pre-concerto. La mostra racconta gli show a 360° di quegli anni. Subito prima della music-room conclusiva nella quale sono proiettati, in maniera un po’ nostalgica, il primo e l’ultimo atto della carriera dei Pink Floyd (Arnold Layne, primo singolo e in seguito l’ultimo live della band al completo, Comfortably Numb al Live 8 del 2005), troviamo una piccola galleria dedicata all’ultimo lavoro in studio della band (o di ciò che ne rimane). The Endless River esce nel 2014 in ricordo del compianto tastierista Richard Wright, scomparso nel 2008. Nella mostra trova spazio il video musicale di Louder Than Words, main track dell’album.

L’esplosione finale con la chitarra di Gilmour che suona Comfortably Numb, con il video dell’ultimo abbraccio dei 4 membri della band e l’inchino finale del Live 8 chiude un percorso durante il quale ogni visitatore, potenzialmente, può perdersi in un vortice che lo porti, seppur per poco tempo, lontano dal mondo e vicino alla musica, immerso completamente in un mondo artistico che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica e nella storia di milioni e milioni di persone che hanno abbracciato, abbracciano ed abbracceranno lo stile di vita Pink Floyd. E’ un’esposizione che ha centrato in pieno l’obiettivo prefissato.

 

 

 

 

Arcangelo Pagone