Ansia, depressione e fama: i Twenty One Pilots si raccontano nel loro nuovo disco “Trench”

Ne è passata di acqua sotto i ponti. Quasi 10 anni fa, i Twenty One Pilots si formavano in Ohio e nessuno MAI avrebbe immaginato quanto sarebbero diventati famosi. Ci son voluti 4 dischi per arrivare in cima (quindi non è stato un lavoretto facile), c’è voluto “Blurryface” del 2015. Anzi, per essere più precisi, ci sono volute due top5: “Ride” e “Stressed Out” (x4 platino in Italia). Proprio grazie ai singoli, questo disco è andato alla grande, ha debuttato direttamente alla #1 in USA, ha portato il duo in tour per tutto il mondo e ha fatto loro vincere un Grammy Award.

Il 5 Ottobre è uscito il nuovo disco: Trench. Per chi conosce già da tempo questo gruppo, sa benissimo che i ragazzuoli ci hanno spesso “deliziato” con dischi di spessore, soprattuto grazie ai testi, perchè sono ragazzi senza peli sulla lingua, parlano di problemi/drammi della vita (in stile Placebo e non in stile Ed Sheeran/Taylor Swift) con un qualcosa di autentico. Per esempio “Vessel” si focalizzava sul rapporto di Joseph con la religione, “Blurryface”, invece, sulla solitudine e sulla depressione come l’altra faccia della medaglia della fama. “Trench” invece?

Il nuovo disco è un vero e proprio mondo. E’ un album più dark dei precedenti, ma anche più omogeneo. Affronta diverse tematiche ed ogni brano è un gioiellino. Vi sono vari generi nel disco, dal blues rock all’elettropop, dall’indie rock al pop rock ecc. Il brano più interessante è sicuramente “Neon Gravestones” il quale giudica come i media glorificano gli artisti dopo che sono morti, mentre li distruggono mentre sono in vita. Poi c’è “The Hype” che parla della religione, quasi tutti i brani presentano un velo di malincionia e tristezza, persino la lovesong “Smithereens” è una ballad dark piena di dubbi sulla morte e sulle relazioni in generale. Non mancano i soliti demoni del gruppo: ansia e depressione, come temi ricorrenti dell’intero disco. Nel complesso questo album sembra “più arrabbiato”, ma comunque più autentico dei precedenti, forse proprio perchè ormai il duo, avendo raggiunto il successo, ha più via libera dall’etichetta (che comunque è una dipendente della Warner Bros). Si vede, anzi si sente, un bel lavoro dietro e una produzione discografica eccellente. I sounds sono amalgamati in modo perfetto e, nonostante i temi dei brani siano diversi, questi tutti viaggiano sullo stesso filo logico e sono tutti figli dello stesso tema principale: la fama. I Twenty One Pilots sono forse l’unico gruppo commerciale che ci spiega, che spiega soprattutto alle nuove generazioni, che essere famosi non è figo, che la fama è una dannazione e, una volta perso il controllo, questa ti risucchia in un buco nero dove l’unica via d’uscita è la morte.

Ionut Bianconi