A Stan Lee

E’ morto.

Non c’è altro da dire.

L’uomo che ha rivoluzionato il nostro modo di vedere le cose è morto oggi, 12 novembre 2018.

Benché poche persone se ne rendano realmente conto, Stan Lee ha davvero cambiato il nostro modo di vedere le cose. Per noi oggi è normale che un supereroe viva situazioni difficili, combattendo con problemi familiari, scolastici, di cuore o di amicizia. Stan Lee ha fatto proprio questo: ha reso consueto qualcosa che prima sembrava impensabile, e ora è entrato semplicemente nel nostro immaginario comune. Tutti i problemi che aveva Peter Parker con suo zio o con la sua dolce metà, erano solo piccoli pezzi di un puzzle più grande che Stan Lee ha deciso di comporre per tutti noi.

Logo della Marvel negli anni ‘90

Ma chi era quest’uomo per essere ricordato in questo modo?

Non parlerò del rivale editoriale di Stan, ovvero la DC Comics, nemmeno della morte dettagliata di questo titano del fumetto o della grandezza che stanno raggiungendo i film degli Avengers e del MCU (Marvel Cinematic Universe). Oggi parlerò dell’unica cosa che conta davvero, l’unica cosa che Stan voleva che ciascuno di noi si ricordasse, rileggendo le sue storie: tutti possono fare la differenza, basta solo sorridere alla vita e crederci.

Stan Lee, l’Uomo (“The Man”, com’era simpaticamente chiamato da colleghi e fan), ha espresso un concetto che ormai noi tutti consideriamo parte del nostro immaginario comune: supereroi con superproblemi. “Se non fosse per il suo tallone, oggi Achille sarebbe un perfetto sconosciuto”. Se non fosse stato per le sue debolezze e fragilità, anche un vero mito come quello del Pelìde sarebbe solo una fiaba.

A partire dai suoi primi anni alla Timely Comics, Stanley Martin Lieber si è distinto per le sue doti nella scrittura di storie con personaggi sempre più complessi. Quando assieme all’amico disegnatore Jack Kirby creò i Fantastici Quattro, un minuscolo seme si piantò nell’enorme terreno del business supereroistico.

Quel seme, oggi, si chiama Marvel Comics.

In seguito alle prime storie del fantastico quartetto, la vera rivoluzione cartacea venne con la collaborazione tra Stan Lee e Steve Ditko che, sostituendo Kirby come disegnatore affiancato a Stan, lo aiutò a dar forma alla più grande icona dei nostri tempo, il celebre Uomo Ragno.

Inizialmente, l’idea di Stan era quella di dare alla luce un personaggio che gli permettesse semplicemente di tenersi il lavoro alla Timely. Un uomo-insetto, che razza di storia poteva mai venirne fuori? Un uomo che simula i silenziosi movimenti impercettibili di un ragno. A Stan venne in mente il personaggio di Peter Parker solamente come pretesto per far comprendere ai lettori che chiunque poteva essere migliore di quello che sembra sotto la maschera, anche un semplice ragazzino spalestrato senza genitori, che viene morso da una chissà quale forma di ragno radioattivo. Quello che Stan Lee voleva insegnarci era che tutti possiamo permetterci un minimo di innocente speranza.

Spider-Man fu la prima ondata di fortuna che scaturì dal piccolo seme: portò nel corso degli anni numerosi successi alla casa editrice, ormai ufficialmente rinominata Marvel Comics, e al nostro Stan. Da qui in poi, le idee fiorirono inarrestabili.

“Io non ho ispirazioni, solo idee. Idee e scadenze”, disse più volte man mano che le sue storie facevano il giro del mondo. Ai Fantastici Quattro e Spider-Man seguirono numerose altre piccole rivoluzioni, come Iron Man, gli X-Men, i Vendicatori, la riproduzione supereroistica di divinità norrene, tra cui Thor, Loki e Odino, e il riutilizzo di personaggi indimenticabili per chi se ne è innamorato già dalle pagine dei vecchi fumetti. Figure come Namor, il monarca dei mari, o Captain America, il primo super-soldato, aiutarono Stan a diffondere la sua arte. Quest’ultimo personaggio, per esempio, apparì per la prima volta nei fumetti statunitensi come propaganda anti-nazista. E cosa fece Stan Lee? Riprese queste storie per permettere alla popolazione – non solo americana, ma mondiale – di superare il periodo di crisi postbellica.

Film “La rivincita dell’Incredibile Hulk”, 1988, Hulk (Lou Ferrigno) vs Thor

Col passare degli anni, arrivò il decennio ‘70-’80. In questi anni la produzione editoriale di fumetti giunse a un periodo di grande crisi. Sempre meno persone leggevano fumetti, Marvel o DC che fossero, e Stan ebbe un’altra grande idea, che anticipò la rivoluzione culturale del grande schermo: il cinema e la televisione erano il prossimo passo per la nuova era dell’intrattenimento.

A partire dalle prime serie televisive sull’Incredibile Hulk con protagonista il leggendario Lou Ferrigno, fino ai primissimi film di Spider-Man, la Marvel eccelleva anche nel campo della settima arte. Anche se il padre della cultura cino-fumettistica è spesso considerato il Superman di Christopher Reeve, Stan non fu da meno e cominciò a portare una valanga di nuovi film sui suoi supereroi preferiti (i suoi, in tutti i sensi). A partire dal primo X-Men del 2001, Stan non fu semplicemente produttore ed editore delle storie dei suoi supereroi, ma iniziò la tradizione dei suoi immancabili cameo, già cominciati ai tempi delle serie dell’Incredibile Hulk. Poteva essere un barista, un postino, un venditore di hot dog o l’interprete di qualche squinternato playboy, ma non poteva mancare il suo volto in nessuno dei suoi film Marvel.

Così, con la crescita della sua fama come editore e come occasionale attore, Stan fece anche nascere uno dei più grandi magnati dell’intrattenimento al mondo: la Marvel Entertainment.

Comprata dalla Disney nel 2009, la Marvel Entertainment sta continuando ancora adesso a sfornare nuove serie di supereroi di tutti i generi, trasportati nel grande schermo (con blockbuster mondiali), nel piccolo (con serie tv e spot televisivi) o nelle innumerevoli piattaforme televisive e multimediali diffuse in tutto il mondo (come le serie Marvel-Netflix, le webseries di YouTube o le varie stagioni delle serie per la ABC), oltre che nell’ultimo videogioco per la PS4 “Spider-Man: The City Who Never Sleeps”

Stan e Chris Evans (aka Cap America)

Non si può nemmeno immaginare come la visione rivoluzionaria di Stan Lee abbia cambiato in modo radicale il nostro concetto non solo del supereroe, ma anche della persona. Per lui “un personaggio che non commette mai errori e si comporta sempre in modo impeccabile non è affatto interessante”, diventa quasi irreale. La sua vita non ci ha mai fatto pensare che avesse detto una frase del genere solo per sembrare colto. Dalle crisi editoriali degli anni ‘70 da lui risolte, fino alla morte della moglie nel 2017 dopo settant’anni di matrimonio, si può capire che un personaggio senza difetti e senza difficoltà emotive per lui era banale e scontato.

Sono bravi tutti a creare un superuomo che solleva aeroplani con un dito, ma solo lui ha avuto il coraggio (e, si può dire, la scelleratezza) di sperimentare la vera disperazione umana – come vedere il proprio zio morire davanti ai tuoi occhi – e porla come base per una storia diventata leggenda.

Pochi si ricorderanno il suo nome. Chi lo farà saprà anche il cambiamento che ha portato al nostro mondo, senza il quale non esisterebbero modi di dire come “Sei agile come Spider-Man” oppure “Ti arrabbi come Hulk”. Chi non si ricorderà a chi è appartenuto questo nome vivrà la sua vita ignaro di un pezzo di storia che non può essere soppresso.

Non voglio terminare quest’articolo citando la mia vana speranza che un giorno, tra cent’anni, ci sarà ancora chi si ricorderà di lui e delle sue parole. Sarebbe troppo facile trarre una fine fiabesca a questo pensiero così importante che voglio trasmettere.

“The Smiling” Stan (altro nomignolo a lui riferito) ha radicalizzato il nostro concetto di supereroe e di essere umano, ma più in generale ha dato il via a iniziative mondiali sul fumetto e sul cinema. Magari tutte le fiere del fumetto che conosciamo noi oggi, o i più grandi blockbuster del momento, non esisterebbero senza di lui (sicuramente i film degli Avengers non sarebbero qui). E sapete qual è la cosa che mi dà più fastidio? Non è che è morto dopo 95 anni di indimenticabile vita, e nemmeno che io – come molte delle persone che conosco – pensavo quasi che avremmo continuato per sempre a vedere una sua squinternata apparizione in un qualsivoglia film.

Quello che mi dà veramente fastidio è che la maggior parte delle persone al mondo non guarderà il necrologio domani mattina e non saprà mai ciò che gli è successo; oppure ci sarà chi domani leggerà distrattamente la notizia e si chiederà semplicemente chi fosse quest’individuo dal nome così bizzarro. Non sapranno che è morta una leggenda nel campo editoriale, e nemmeno che è mancato l’ideatore del supereroe più conosciuto al mondo.

Non so quanti tra voi lettori lo sappiano, però la frase che abbiamo tutti sentito almeno una volta nella vita, riferita alle grandi responsabilità, l’ha pensata Stan Lee. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. La frase che Stan ideò per la caratterizzazione morale del personaggio di Spider-Man è passata alla storia e la maggior parte dei giovani la usa come se fosse sempre esistita, inconsapevoli del suo vero significato e del mito che ne ha disegnato le sfumature.

Prima di oggi l’ho sentita pronunciare tante volte, e ogni volta dovevo trattenermi; che senso aveva disturbarli dall’illusione della conoscenza? Però d’ora in poi chiunque pronuncerà quelle parole senza conoscerne il significato macchierà la memoria per quel mito che non solo ha cambiato così tante cose del nostro mondo, ma ha cambiato il mondo di tanti appassionati che nelle sue storie hanno trovato un motivo per sperare. Un motivo che ho trovato anch’io.

Vale la pena illudersi che qualcosa sia infinito, se nel profondo sappiamo che nulla lo è? Sfuma davanti ai tuoi occhi, facendoti trapassare un filo di rugosa nebbiolina tra le dita. Una sensazione che ti scorre lungo il corpo, smuovendo le tue interiora, indebolendo la tua pelle, fragile. Fino ad arrivare a una breccia lacerante che pone fine alle tue illusioni.

Stan Lee ha cambiato il nostro modo di vedere il “super”, e noi lo ricorderemo per questo. Alcuni appassionati direbbero che sarebbe troppo banale terminare quest’articolo con la parola che Stan ripeteva sempre alla fine di ogni sua storia, però io lo farò lo stesso. Qualcuno – che, come me, sente di aver perso un mentore questa sera – potrebbe anche insultarmi perché rovino io stesso la memoria di Stan utilizzando la sua parola, considerata il suo cavallo di battaglia. Però, se qualche ignaro neo-conoscitore di Stan Lee leggesse mai queste parole, vorrei che in una parte della sua mente si insinuasse questa parola, che sia io a dirla in onore di Stan o lui a scriverla in uno dei suoi molti e indimenticabili testi.

A te, Stan Lee.

Excelsior

 

Alessandra & Pietro Carraro