Verona: da città dell’amore a città dell’odio?

E’ terminato il 31 marzo, il tanto discusso e criticato “World Congress of Families”, evento che, come ben si evince dal nome, ha messo al centro la famiglia e tutte le “problematiche” che ne possono mettere a rischio l’integrità morale, sociale e strutturale. Problematiche che, di questi tempi, rischiano di distruggere il sistema familiare tradizionale che per secoli ha mantenuto in piedi la struttura stessa della società e che ora, nel XXI secolo rischiano di portarci in un futuro apocalittico con evidenti rischi identitari e morali; insomma un allontanamento da un tanto agognato e desiderato “mos maiorum” dei giorni nostri.

I punti ufficiali del congresso sono pochi e con le migliori intenzioni: centrali sono il matrimonio, i bambini, la donna, crisi demografica e politiche pro-family, nulla di troppo acceso, con il giusto spirito conservatore che caratterizza una visione cattolica e tradizionale della società.

Ma allora da dove partono tutte le polemiche, e perché il congresso si è ritrovato nel mirino di stampa e difensori dei diritti?

La risposta è molto semplice, quanto banale; le ideologie alla base di quelli che possiamo definire i punti ufficiali trascinano nel loro bacino anche le frange più estreme della destra ultraconservatrice cattolica.

Non si sono infatti evitate posizioni molto estreme sia contro l’aborto e la legge 194, ad esempio con la distribuzione di gadget a forma di feto, azione definita di cattivo gusto dalle opposizioni, sia contro le unioni civili ed in generale l’omosessualità: iconica infatti è diventata l’intervista ad alcune attiviste che promuovevano la preghiera e la conversione come “cura” per gli omosessuali. Pensieri che poi sono stati portati all’estremo da alcuni gruppi, che hanno fatto tornare la donna al suo ruolo “naturale” di madre e che sono arrivate a negare in alcuni casi il femminicidio e a definire l’aborto un omicidio o a negare l’ormai più che affermato divorzio.

Posizioni contro le quali abbiamo visto unirsi i gruppi femministi, tra i quali il più noto #nonunadimeno, ai gruppi LGBTQI+ che insieme hanno partecipato ad un corteo pacifico che ha visto scendere in piazza più di 20.000 persone, una protesta che ha visto poi anche il sostegno della CGIL di Landini: “Vogliamo affermare un’idea di famiglia fondata sulla libertà” afferma il segretario del sindacato.

Già prima del corteo si erano viste altre forme di opposizione, ovviamente oltre alle campagne social: ad esempio l’università stessa della città, che giusto qualche giorno prima del Congresso aveva esposto uno striscione contro la discriminazione e l’intolleranza, e che ancora più nel concreto aveva già vietato l’utilizzo dell’università stessa per tenere parte dell’evento.

Un’Italia, quindi, che risponde a tono agli attacchi ai diritti conquistati con tanta fatica e che, oggi come mai, si vedono messi in discussione.

Tuttavia bisogna anche guardare l’altra faccia dell’Italia, e cioè un’Italia vicina ai valori cattolici, conservatori, che si rifugia nella tradizione, ma che senza rendersene conto rischia di dar voce a frange ancora più estreme e pericolose.

Importanti sono stati anche gli interventi della politica, sebbene in modo non uniforme, il Governo si è ufficialmente posto al di fuori del Congresso, ma nel concreto ne abbiamo visto prendere parte alcuni esponenti tra cui il Ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini che con un tono più moderato afferma che nessun diritto verrà tolto e che la 194 non verrà toccata, concentrandosi però su altri temi altrettanto scottanti come il gender, la maternità surrogata e l’utero in affitto, attaccandoli e incentrando il discorso su come difendere i bambini e le famiglie tradizionali; non potevano inoltre mancare le polemiche contro i giornalisti, definendo vergognosa la campagna di stampa contro il Congresso.

Posizione meno moderata è quella del ministro Fontana, grande sostenitore del congresso, che già non molto tempo fa aveva definito “inesistenti” le famiglie arcobaleno, ma anche di Giorgia Meloni che, reduce da uno scontro televisivo con la Gruber in merito alla vita privata della leader di FdI, non propriamente in linea con il congresso stesso, rilancia dal palco i valori “Dio, patria, famiglia”.

Ma non tutto il governo. Infatti come Salvini attacca, Di Maio risponde: “A Verona ci sono i fanatici” afferma l’altro vice presidente del Consiglio, così da alzare l’ennesimo punto di scontro tra i due poli di governo, inoltre ricordando che nel contratto non c’è niente di quello di cui si è discusso a Verona.

E nonostante Salvini avesse chiarito che i diritti acquisiti finora non sarebbero stati toccati, Di Maio la vuole comunque vinta: “…se vai a mangiare al loro stesso tavolo, per me, la pensi come loro.”

Un primo effetto questo congresso lo ha già portato, infatti altro protagonista meno in rilievo, ma altrettanto importante, è il senatore Pillon che ha visto il suo decreto archiviarsi, un decreto sempre in tema famiglia, anche questo criticato per mettere in difficoltà i bambini durante le separazioni ponendoli alla stregua di un bene in favore di una maggiore cogenitorialità. Sentenza arrivata proprio dai 5S.

Mentre la politica discute ancora su cosa sia giusto o no, questo congresso ha sicuramente messo in luce un altro, insieme all’ambiente, dei dibattiti principali nostrani per le europee del 26 maggio.

E se da un lato c’è un’Italia che vorrebbe rimanere immobile, anzi, tornare indietro, dall’altro la città di Romeo e Giulietta ci ha ricordato che esiste un’Italia che ama e che combatte per questo amore.

 

Alessandro Ambrosino