Siria, il massacro dei Curdi e la timidezza dell’Occidente

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È il 7 ottobre 2019. Dopo un colloquio telefonico con il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Donald Trump annuncia il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord Est della Siria, dando il formale semaforo verde all’operazione della Turchia nel Rojava, una porzione di territorio sotto il controllo delle milizie curdo-siriane facenti capo alle YPG (le Unità di Protezione Popolare). L’offensiva militare lanciata da Erdogan è stata ribattezzata “Primavera di Pace” e, nelle intenzioni del Sultano turco, mira ad eliminare le sacche di resistenza curda presenti nel Nord Est della Siria e a dar vita ad una safe zone dove rimpatriare circa 2 dei 3,6 milioni di profughi siriani attualmente presenti sul suolo turco. Un mostruoso disegno di sostituzione etnica e demografica ai danni della popolazione curda e delle YPG, considerate da Erdogan “un’organizzazione terroristica in quanto estensione del PKK”, il partito dei lavoratori Curdi che da decenni lotta per l’indipendenza della Turchia.

La decisione di Trump di ritirare le sue truppe ha provocato sdegno internazionale. I primi a reagire sono stati proprio i Curdi, secondo cui l’approvazione di Trump rispetto ai piani di invasione turca non rappresenta altro che un vile tradimento, specialmente dopo la lotta congiunta che Curdi e truppe USA hanno condotto contro lo Stato Islamico. Allo stesso modo l’Unione Europea ha criticato pesantemente il tycoon statunitense ed ha invitato i 28 paesi membri a bloccare in modo inflessibile l’esportazione di armi verso la Turchia. Ancora una volta gli stati membri dell’Unione hanno mostrato la loro inefficacia e si sono mostrati incapaci di raggiungere l’unanimità su un embargo militare nei confronti della Turchia. La motivazione stavolta risiede nella preoccupazione espressa, tra gli altri, da Gran Bretagna, Bulgaria, Ungheria e Polonia in seguito al ricatto di Erdogan sui rifugiati.

Erdogan ha infatti lanciato la sua sfida a NATO e Unione Europea. “Andremo fino in fondo e finiremo quello che abbiamo iniziato. Se non sarete con noi apriremo le porte dell’Europa a 3,6 milioni di profughi. Le sanzioni non ci spaventano” ha annunciato il leader turco, definendo i paesi della NATO e dell’Unione europea “ipocriti e incoerenti nel loro sostegno ai terroristi Curdi”.

La colonna di fumo di un bombardamento a Ras al Ain. (Burak Kara/Getty Images)

È bene precisare che il blocco delle esportazioni militari deciso da molti paesi (tra cui anche l’Italia) non costituirebbe alcun freno all’offensiva di Erdogan ma unicamente un atto simbolico. Un duro colpo alla Turchia potrebbe essere inferto dal presidente Trump che, stretto nella morsa del Pentagono e dei suoi senatori repubblicani, ha parzialmente rivisto la sua posizione inviando ad Ankara una delegazione guidata dal vicepresidente Mike Pence e promettendo di “distruggere l’economia turcasenza però coinvolgere le sue truppe in una “guerra infinita a 7.000 miglia di distanza”.

Quello in atto tra milizie curde ed esercito turco è sicuramente uno scontro impari. La Turchia dispone infatti del secondo esercito numericamente più grande della NATO (con circa 700.000 soldati all’attivo) mentre i Curdi, che non possiedono un’aviazione, possono contare su una potenza di fuoco di gran lunga inferiore. Sul campo di battaglia i bombardamenti turchi continuano a distruggere le postazioni curde causando centinaia di morti e migliaia di sfollati. Mentre l’Occidente resta a guardare, Kobane diventa il prossimo bersaglio di Erdogan. Città simbolo della lotta contro l’ISIS, ora quella stessa Kobane si trasforma nel teatro del conflitto tra i Curdi, l’esercito turco e le fazioni filo-turche, tra cui rientrerebbero numerosi fuoriusciti di organizzazioni terroristiche quali Al-Qaeda e Al-Nusra.

Nel mezzo del conflitto, resta l’incognita dello Stato Islamico: circa 11.000 miliziani dell’ISIS sarebbero infatti detenuti nelle prigioni curde ed esiste il forte rischio che riescano a fuggire data la necessità per i Curdi di impiegare tutte le loro forze sul fronte contro la Turchia. A tal proposito, l’Osservatorio Siriano per i Diritti umani parla già della fuga di circa 800 soldati dello Stato Islamico dalle prigioni curde.

Soldati turchi e miliziani siriani fuori da Manbij (Zein Al RIFAI / AFP)

L’intento di Erdogan è quello di accelerare l’azione militare perché al fronte è ormai arrivato l’esercito di Bashar Al Assad, il quale, grazie alla mediazione del Cremlino, ha raggiunto un inedito accordo con i Curdi per contrastare Erdogan. Il vuoto lasciato da Trump nel Nord della Siria è stato così riempito dall’inaspettato intervento di Assad.

La decisione di Assad è il risultato di un accordo con Putin, il quale si è contraddistinto per la sua posizione ambigua in questa fase. Da una parte infatti ha favorito l’accordo tra Assad ed i Curdi in funzione anti-Ankara mentre dall’altra ha evitato di lanciare un ultimatum a Erdogan. Se inizialmente si riteneva imminente uno scontro via terra tra l’esercito siriano e quello turco, ora la situazione sembra evolvere diversamente. Le ultime notizie dal fronte ci rivelano che la Russia sta schierando forze di interposizione, con militari incaricati di pattugliare la “linea di contatto” tra le forze curdo – siriane e le forze turche nel Nord Est per evitare un’escalation micidiale. Un tentativo di normalizzare la situazione, in una guerra che dal 2011 devasta la Siria e la sua popolazione, che sia essa siriana o curda.

A cura di Giorgio Catania