Quale sarà il destino dell’ex Ilva?

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Infine la decisione tanto temuta è arrivata. ArcelorMittal ha comunicato di voler abbandonare l’ex Ilva, la più grande acciaieria d’Europa che, tra lo stabilimento di Taranto e quello minore di Genova, dà occupazione a circa 11mila lavoratori (quasi 15 mila se consideriamo l’indotto). La notizia ha scosso il governo, il Parlamento ed inevitabilmente le migliaia di famiglie legate alle sorti del colosso siderurgico. Analizzando il comunicato del gruppo imprenditoriale indoeuropeo si può capire come “l’eliminazione della protezione legale necessaria alla società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale” abbia rappresentato la causa scatenante del recesso. Si fa riferimento al cosiddetto “scudo penale”, prima concesso dal precedente governo giallo-verde ed ora cancellato in Senato dalla nuova maggioranza giallorossa. Questo tipo di norma consente ad ArcelorMittal di non essere perseguita penalmente in caso di eventuali violazioni commesse nell’attuazione del piano ambientale della fabbrica, che negli ultimi anni è finita sotto la lente di ingrandimento di diverse inchieste giudiziarie per disastro ambientale.
ArcelorMittal sostiene che il mantenimento dello scudo penale sia una condizione indispensabile per poter proseguire il piano industriale ed il piano ambientale. Un’ulteriore motivazione avanzata dagli amministratori dell’azienda coincide con la decisione della magistratura di chiudere prossimamente (il 13 dicembre) uno degli altiforni di Taranto, “in mancanza di una sua messa a norma”. Determinanti sono state inoltre le condizioni del mercato siderurgico, entrato in crisi a causa della riduzione della domanda e dei dazi commerciali. Basti pensare che oggi l’ex Ilva perde circa 2 milioni di euro al giorno.
Il gruppo indoeuropeo dunque, entro un mese, restituirà l’azienda ai commissari straordinari, rinunciando a tramutare l’affitto in acquisto, come previsto dagli accordi stipulati un anno fa. Sarebbe un dramma per migliaia di persone, un colpo durissimo per il settore siderurgico italiano e per l’economia del Sud Italia. Se veramente chiudesse l’ex Ilva, il Mezzogiorno perderebbe un gruppo imprenditoriale che ha promesso di investire circa 4,2 miliardi di euro e l’Italia perderebbe circa l’1,4% del PIL nazionale, che, tradotto in termini più precisi, equivale a più o meno 24 miliardi. “Esigiamo rispetto. Non esiste alcun motivo che possa giustificare il recesso. La norma sullo scudo penale non era nel contratto e non può essere invocata”. Questa la risposta del premier Giuseppe Conte, che ha prontamente convocato i vertici di ArcelorMittal a Palazzo Chigi. Si profila all’orizzonte una trattativa molto difficile, specialmente perché il governo, tralasciando i risvolti giuridici, gode di uno spazio molto ristretto. Il ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli ha parlato di “alibi” in merito alle motivazioni avanzate dai vertici di ArcelorMittal.
Il governo, ed in particolare il ministro Patuanelli, potrebbe proporre, tramite decreto-legge, una misura che garantisca l’immunità penale ai vertici di ArcelorMittal così da convincerli a rimanere in Italia. Si corre tuttavia il rischio che proprio quel decreto-legge venga bocciato da quella porzione di maggioranza che ha votato per l’abolizione dello scudo penale.

Nel caso in cui ci sia un definitivo passo indietro di ArcelorMittal, si cercherebbe un secondo acquirente e si potrebbero riaprire le trattative con la cordata imprenditoriale arrivata seconda nella gara internazionale per l’ex Ilva, ossia il gruppo Arvedi-Jindal-Del Vecchio. Un’ipotesi difficilmente praticabile. Così come altamente impraticabile sarebbe ricollocare i possibili esuberi in aziende pubbliche come Ferrovie dello Stato e Poste.
ArcelorMittal gode, al contrario rispetto allo Stato, di un maggiore spazio di manovra nella trattativa con l’esecutivo italiano. Si accoda infatti a tutte quelle multinazionali che sono abituate a dettare legge in Italia senza trovare grandi ostacoli politici, come dimostra l’ormai celebre caso della Whirlpool. Quel che è chiaro è che probabilmente il gruppo indoeuropeo non vede alcun beneficio nell’abbandonare l’ex Ilva, dato che essa rappresenta la sua strategica piattaforma europea e che, presto o tardi, il mercato siderurgico riprenderà il suo ciclo positivo. Lo strappo deciso da ArcelorMittal è, piuttosto, funzionale a modificare gli accordi iniziali con il governo in termini di minori investimenti, minori livelli occupazionali (con stime relative a 5000 esuberi) e minori livelli produttivi. Nel frattempo, i partiti politici si rimpallano le responsabilità dell’accaduto. Di certo l’abolizione dello scudo penale è nata da un’iniziativa di una fazione del Movimento 5 Stelle, capitanata dall’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi. Ma lo stesso Partito Democratico non ha impedito la revoca dello scudo penale. Nemmeno la Lega, che oggi accusa il governo di favorire la chiusura dell’ex Ilva, può vantare una sua verginità su questo punto, dato che quando governava con il M5S non si schierò contro lo scudo penale.
Intanto il governo ha ritrovato una sua compattezza di fronte a questa emergenza. Persino Matteo Renzi ha sposato la linea di Giuseppe Conte sul dossier Ilva. Ad ora, sembra che la strategia del governo preveda di garantire nuovamente le tutele legali, a patto che non vi siano esuberi. Staremo a vedere se ci saranno le condizioni per un passo indietro di ArcelorMittal.

A cura di Giorgio Catania