Le Sardine inondano l’Italia

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“Eppur si muove” – direbbe oggi Galilei di fronte alla protesta che, da sinistra, sta montando contro Matteo Salvini in Emilia-Romagna, in vista delle prossime elezioni regionali del 26 gennaio 2020. Dopo anni di indifferenza, migliaia di persone tornano a scendere in piazza. Il movimento delle cosiddette “Sardine” ha lanciato la sua opposizione alla Lega (e ai valori da essa incarnati) a Bologna, dove lo scorso giovedì circa 12 mila persone si sono riunite oscurando la manifestazione organizzata da Salvini e dalla candidata leghista Lucia Borgonzoni all’interno del Paladozza, che ha visto la partecipazione di circa 6 mila persone.   

Quattro amici ed un appello sul web: così sono nati il movimento delle Sardine e la manifestazione del 14 novembre, una manifestazione dal basso e senza simboli di partito. “Ci opponiamo, pacificamente, alla politica dell’odio, alla politica che se la prende col più debole” – hanno dichiarato alcuni dei promotori dell’iniziativa. L’obiettivo degli organizzatori è arginare il vento leghista in Emilia-Romagna prima di tutto e dopo in tutto il Paese. Dopo Bologna, la protesta si è spostata con successo a Modena e nei prossimi giorni toccherà Reggio Emilia, Piacenza, Parma e Rimini, per poi raggiungere tutta Italia, da nord a sud. A ogni evento organizzato da Matteo Salvini corrisponderà una contro-piazza pronta a rubare la scena mediatica al leader della Lega.

Se questa mobilitazione democratica si dimostrerà salda, si inserirà in quella cornice di “protagonismo auto-organizzato della società civile progressista”, che ormai da 20 anni raccoglie sotto la sua aula movimenti come quello dei Girotondi (2002), il Popolo Viola (2009) e il movimento “Se Non Ora Quando” (nel 2011). Questi movimenti di protesta hanno sempre oscillato tra l’idea di costruire un rinnovamento dei partiti esistenti di sinistra e l’idea di rappresentarne un’alternativa e spesso sono naufragati.

La piazza di Modena stracolma nonostante la pioggia

Sui gruppi social, i sostenitori del movimento delle Sardine cominciano a chiedersi quale sia il passo successivo alle manifestazioni delle Sardine. Molti rispondono che è già stato raggiunto un grande traguardo portando migliaia di persone in piazza dopo anni e che ci sarà tempo per strutturare il movimento in futuro. Di certo, se le Sardine vorranno “fermare” Salvini dovranno “riempire le urne” oltre a riempire le piazze e non arroccarsi nella difesa sterile dell’a-partitismo. Non riconoscersi in alcun partito dell’attuale spettro politico è legittimo ma, di fronte ad una tale polarizzazione dello scontro politico, non esprimersi costituirebbe una grave colpa. Potrebbero in qualche modo svolgere la funzione di una coscienza critica della sinistra, mostrando quali carenze hanno portato alla formazione di una sinistra sommersa ed indicando al centro-sinistra quali passi seguire per rendersi più appetibile. L’astensione farebbe solo il gioco del leader leghista.

Nel caso delle Sardine, sarà necessario arricchire il movimento con un progetto programmatico, perché non resti un movimento solo “contro” ma anche “per”. Bisognerà procedere per punti essenziali ovvero sistematizzare progetti di riforma per scuola, diseguaglianze, giustizia, immigrazione, sanità, lotta all’evasione.  

Il flashmob delle Sardine dimostra che esiste una sinistra sommersa, una sinistra della società civile che si muove in autonomia dal PD, pronta a palesarsi non appena i principi libertari ed egualitari vengano messi in pericolo.

Il PD dovrà saper ascoltare le Sardine e le loro richieste o il rischio di uno scollamento con la piazza si ripercuoterà nelle urne elettorali il 26 Gennaio, in una sfida che, stando ai sondaggi, si presenta più difficile del previsto per la sinistra.  

Matteo Salvini sa benissimo che quella dell’Emilia-Romagna sarà una competizione più complicata rispetto a quella dell’Umbria, dove la sua vittoria era stata favorita dallo scandalo sanità. E non perché l’Emilia-Romagna rappresenta la roccaforte rossa per eccellenza (ormai la retorica delle roccaforti rosse è stata accantonata da un elettorato più fluido che mai) ma piuttosto perché tutti gli indicatori sulla qualità della vita – sanità, occupazione, decoro urbano, trasporti, sviluppo – pendono dalla parte del governatore uscente Stefano Bonaccini. È per questo che, da settimane, Salvini sta tentando di nazionalizzare il voto regionale: perché è ben consapevole che sulle questioni di carattere nazionale può giocare la sua partita, sfruttando la manovra non esaltante del governo Conte ed i continui contrasti nella maggioranza. Dipingere la tornata elettorale del 26 Gennaio come un’occasione per dare la spallata decisiva all’esecutivo giallorosso e “mandarlo a casa”.

Al contrario, il centrosinistra deve ovviamente far valere il buongoverno dell’Emilia-Romagna ed evitare di porre il timbro del governo sulle elezioni regionali, cosa che ha suggerito lo stesso Bonaccini.

L’ Emilia-Romagna è una regione storicamente molto importante. Non è l’Umbria e, se cadrà, il governo non potrà più far finta di nulla.

A cura di Girogio Catania