Violenza di genere: in Italia ancora pregiudizi medievali

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Lunedì 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, l’Istat ha diffuso un sondaggio shock sugli “stereotipi relativi ai ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”. Stando ai risultati: il 39,3% della popolazione (uomini e donne) ritiene che una donna, se davvero lo vuole, sia in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale; il 23,9% pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire; il 15,1% è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Tra le regioni, Sardegna (15,2%) e Valle d’Aosta (17,4%) presentano i livelli più bassi di tolleranza verso la violenza mentre Abruzzo (38,1%) e Campania (35%) i più alti. “La violenza sulle donne non smette di essere emergenza pubblica e per questo la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere” – questo il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla vigilia del 25 novembre.

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la mobilitazione invocata dal movimento femminista Non Una di Meno ha portato in piazza migliaia di persone, a Roma e nelle principali città italiane. I manifestanti hanno espresso il loro grido di dolore contro la violenza di genere, contro i femminicidi che continuano a provocare vittime ed hanno denunciato pesanti responsabilità istituzionali, specialmente in relazione all’esiguo numero di centri anti-violenza presenti in Italia. La Convenzione di Istanbul del 2013, infatti, individua come obiettivo quello di avere un centro anti-violenza ogni 10 mila abitanti. Ebbene, al 31 dicembre 2017, sono attivi in Italia 281 centri anti-violenza, pari a 0,05 centri per 10 mila abitanti. Questi centri continuano ad essere molto al di sotto delle necessità e non ricevono fondi aggiuntivi: basti pensare che il rapporto tra fondi disponibili e platea di donne che si rivolgono ai centri anti-violenza è pari a 0,76 centesimi per ogni donna ed il lavoro è svolto per la gran parte da volontari. Sono dei dati paradossali, soprattutto se prendiamo in considerazione i dati dell’Istat, supportati da quelli della Polizia, che registrano 88 atti di violenza al giorno, uno ogni quarto d’ora.

Alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne, gli intervistati hanno risposto che le donne sono spesso considerate “oggetti di proprietà”, che molti uomini fanno abuso di sostanze stupefacenti o alcol o che si tratta del bisogno degli uomini di sentirsi superiori alla propria compagna.

È un’emergenza che nasce da un problema culturale, come ha sostenuto il premier Giuseppe Conte. Bisogna lavorare ad una svolta culturale, che parta dai giovani. L’istruzione deve svolgere un ruolo chiave nel percorso verso la civiltà che l’Italia dovrà seguire, per far sì che le donne possano sentire le istituzioni vicine.

La violenza resta il retaggio più becero di una cultura patriarcale e maschilista. Nonostante i buoni passi avanti fatti dal punto di vista normativo, la nostra legislazione nazionale resta molto arretrata per quanto riguarda le donne. Come sostengono le attiviste di Non Una di Meno, “non ci può essere lotta alla violenza senza messa in discussione della diseguaglianza economica”. In Italia oggi solo il 49% delle donne lavora mentre la disparità salariale tra uomini e donne oscilla tra il 3.7% (nel settore pubblico) e il 19.6% (nel settore privato) ed arriva al 38.7% quando si parla di dirigenza. Di certo, la strada è ancora ampiamente in salita.

A cura di Giorgio Catania