Luigi Cinque & Hypertext O’rchestra: “Il jazz visto dalla Luna”

L’Auditorium Parco della Musica si presenta bagnato e silenzioso prima dell’inizio del concerto. Una leggera e fitta nebbiolina accompagna le goccioline che sporadiche cadono sul pavimento in marmo.

Entrando nell’auditorium si legge la scritta: “Music is the domain in which man realizes the present” ed è veramente così, tramite la musica realizziamo il presente e questo è subito palese fin da quando mi sono accomodato sulle comode poltroncine con quel tanto amato legno sulle pareti che garantisce una acustica fantastica a ciò che mi avrebbe aspettato. Il concerto inizia con una precisione svizzera, con Luigi Cinque che sale sul palco da solo e ci descrive quella che sarebbe stato il leitmotiv della serata:

Il Jazz”.

L’atmosfera è subito tribale con un solo di percussioni del maestro Alfio Antico, che sfrutta le sue doti ed i suoi tamburi per farci volare verso la più profonda Africa. Entrano lentamente anche gli altri membri della superband di Cinque: Petra Magoni, Badara Seck, Antonello Salis, Riccardo Fassi, Alessandro Santacaterina ed infine Adam Ben Ezra, la guest star della serata.

L’acuto di Badara ci porta verso il suo Senegal, la nostra prima meta. La tribalità si percepisce a pelle, Petra Magoni scandisce il tempo con dei colpi di tacco e tutto si tinge di un blu profondo come nella migliore interpretazione di Conrad. Il nostro volo continua verso la Sicilia e verso Napoli con il folklore Italiano nella sua accezione jazzistica di New Orleans, che rimane il filo conduttore tra tutte le mete. Il concerto si ferma a metà con un assolo del più giovane del gruppo, Alessandro Santacaterina che con la sua chitarra battente porta tutto il pubblico ad applaudire ed impazzire con i ritmi forzati e caotici della sua plettrata.

Lo spettacolo è caotico, ma un “caos ordinato”. Un free jazz che vuole essere poliedrico, introspettivo, triste e globale, come la world music che Cinque dirige.

La chiusura dello spettacolo è un viaggio in Israele con Adam Ben Ezra che inizia a toccare leggermente le corde del suo contrabbasso ma non limitandosi alla sola musica. Le parole sono in israeliano, lamentose, quasi a ricordare il disordine e fervore politico e il dolore da cui proviene. Rientrano tutti, dal clarinetto di Luigi Cinque alla fisarmonica di Antonello Salis ed in un connubio di voci si conclude il concerto.

Un inchino e soprattutto un ringraziamento di Luigi Cinque per avergli dato la possibilità di “giocare con le note”. Ma il ringraziamento è il mio verso di voi, per avermi fatto viaggiare e sentire cittadino del mondo per due ore.

Grazie.

A cura di Leonardo Merlicco

Per saperne di più sul Roma Jazz Festival, clicca qui.