Hong Kong: le ragioni della protesta

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A partire da giugno 2019, milioni di persone si sono riversate nelle strade di Hong Kong per protestare contro la legge sull’estradizione in Cina (che permetterebbe alla Repubblica Popolare di processare i sospetti che risiedono nell’ex colonia britannica) e per richiedere maggiore democrazia. La legge sull’estradizione è stata presentata a giugno ed è stata poi ritirata formalmente a causa delle grandi proteste, che hanno causato diversi morti, oltre a migliaia di arresti e di feriti. I cittadini hanno dato vita alla protesta più importante dal 1997, anno in cui Hong Kong è tornata sotto il controllo di Pechino, dopo 150 anni sotto il dominio inglese.

Dal 1997, la provincia di Hong Kong gode di uno statuto autonomo, denominato “un paese, due sistemi”. Ciò significa che la regione fa parte della Cina ma può contare su un sistema differente rispetto alle altre città cinesi: ha una moneta tutta sua, un sistema di leggi ancora basate sulla Common Law inglese e un sistema scolastico di stampo britannico. Il governatore è formalmente eletto da una ristretta cerchia di persone, un comitato elettorale composto da circa un migliaio di membri, ma nella pratica è espressione del governo centrale di Pechino. Gli accordi anglo-cinesi del 1997 avevano pianificato anche l’introduzione del suffragio universale per eleggere sia il governatore, sia il consiglio legislativo. Il suffragio universale avrebbe dovuto essere messo all’ordine del giorno già nel 2017 ma ancora oggi è tutto come prima e l’attuale governatrice Carrie Lam si è dichiarata contraria ad avviare una discussione.

La paura dei manifestanti è che la Cina stia cercando di interferire sempre di più sulla vita dei cittadini di Hong Kong e di violare il suo statuto speciale. Oltre ad essere politica (come dimostra la legge sull’estradizione) ed economica (come dimostra il fatto che Pechino voglia inglobare Hong Kong nella Nuova Via della Seta), la questione è anche culturale. A tal proposito, le prime proteste risalgono al 2012, quando il governo cinese tentò di introdurre l’educazione patriottica nella scuola. Sostanzialmente, milioni di persone ad Hong Kong temono una progressiva “cinesizzazione“, la scomparsa della loro peculiare identità. Nel 2047 l’autonomia della regione dalla Cina volgerà al termine ed Hong Kong cesserà di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina. I timori avanzati dai manifestanti sono ben giustificati poiché Pechino ha già dimostrato di voler erodere gradualmente il grado di autonomia di Hong Kong. Nel 2014 il governo centrale ha infatti proposto di riformare il sistema elettorale della provincia autonoma, prevedendo una sorta di “preselezione” dei suoi candidati da parte del Partito Comunista Cinese. Anche negli ultimi anni, è stato ravvisato un tentativo da parte di Pechino di imporsi su Hong Kong: a dimostrazione di ciò, Carrie Lam è stata più volte accusata di aver intensificato le relazioni con Pechino da quando è in carica (2017).   

Ciò che sta accadendo nella città-stato cinese si inserisce nei rapporti tra Cina ed USA, già aggravati dalla guerra commerciale. Il 27 novembre 2019 il presidente Trump ha firmato la “Legge sui diritti umani e la democrazia a Hong Kong”: un documento che sancisce il supporto degli USA al movimento pro-democrazia di Hong Kong.

La norma affida al governo americano il compito di realizzare una revisione periodica sull’effettiva autonomia della regione a statuto speciale, da cui dipenderà la conferma o meno dello status commerciale privilegiato concessole dagli Stati Uniti.

Sono inoltre previste sanzioni per i funzionari colpevoli di violazioni dei diritti umani ed il blocco delle esportazioni verso Hong Kong di armi per la gestione dell’ordine pubblico, come lacrimogeni e spray urticante.

Il presidente cinese Xi Jinping ha invitato Trump a non interferire con gli affari interni della Cina ed ha dichiarato che “la determinazione del governo cinese a salvaguardare la sovranità nazionale sarà irremovibile”. Solo il tempo potrà dire se il principio “un sistema, due paesi” resterà ancora in piedi o meno e se la democrazia avrà un suo ruolo, almeno ad Hong Kong.

A cura di Giorgio Catania