“La Storia a processo” di Elisa Greco: il ciclo di spettacoli per ragionare sul presente condannando o assolvendo il passato

Dodici edizioni e più di settanta processi. Questi sono solo alcuni dei numeri che descrivono “La Storia a Processo”, il ciclo di spettacoli ideato e curato da Elisa Greco che andrà in scena al Teatro Eliseo di Roma.

Ogni stagione si compone di un numero variabile di incontri e, in ognuno di essi, si simulerà un vero e proprio dibattimento processuale in cui difesa e accusa si alternano, secondo le indicazioni del giudice, cercando di ricostruire la vicenda del protagonista e, soprattutto, di portare dalla propria parte l’opinione della “giuria popolare”, vale a dire il pubblico, che al termine della rappresentazione teatrale dovrà esprimere la propria decisione attraverso una votazione che determinerà la condanna o l’assoluzione dell’imputato.

In effetti, l’elemento più straordinario dello spettacolo è rappresentato proprio dalla peculiare caratteristica che il “malcapitato” deve possedere per poter essere processato; il convenuto infatti deve essere un personaggio della Storia.

Ogni spettacolo diviene quindi un modo innovativo e divertente per affrontare, con sguardo retrospettivo, l’origine e l’evoluzione di determinate tematiche di grande attualità. È così che alla figura di Leonardo e alla sua idea di realizzare una macchina pensante si associano le questioni etiche inerenti l’intelligenza artificiale o che all’”Affaire Dreyfus” si riconduce il concetto di post-verità e l’annoso problema delle fake news.

Per poter ottenere però una visione d’insieme più completa delle varie componenti dello spettacolo e, soprattutto, per scoprire gli aneddoti e le storie che si celano “dietro il sipario”, non potevamo che rivolgerci a colei che ha dato vita a tutto ciò: Elisa Greco.

Come nasce “La Storia a processo”?

“È nato da un mix di esperienze, dalla fusione di una serie di combinazioni: in parte sono stata influenzata dal mio passato familiare, in quanto figlia di magistrati ho coltivato fin da piccola un certo interesse per i processi e i casi giudiziari, ma a questo si è poi aggiunto il background dei miei studi storico-filosofici insieme a quello del mio mestiere di comunicatrice

Questi ingredienti si sono mescolati un po’ per gioco ma alla base vi era comunque il desiderio di coinvolgere il pubblico e di dar vita ad una discussione che si ponesse a metà strada tra l’approfondimento ed il divertimento.”

Qual è l’obiettivo che Lei si pone realizzando questo ciclo di spettacoli?

“Fondamentalmente si vuole, si tenta, di seminare il dubbio nel pubblico. Mi hanno definito infatti una provocatrice culturale e, devo dire, è un’espressione che mi ha reso molto felice. 

La parte che preferisco dello spettacolo, o meglio, quella in cui verifico se lo scopo prefissato è stato raggiunto, inizia paradossalmente proprio quando il sipario si chiude e tra le poltrone del teatro scaturisce questo vivace brusio dovuto ai commenti del pubblico sugli esiti del processo. Spesso poi, quel vociare, si traduce nella volontà di soddisfare la curiosità intellettuale di ognuno di noi, di colmare una lacuna sulla vita del personaggio o sul suo carattere andando a leggere, studiare, approfondire più in dettaglio la vicenda in questione.”

Per giungere a questo risultato però Lei ha deciso di collaborare con professionisti del mondo della giurisprudenza e del giornalismo, non coinvolgendo quindi dei veri e propri attori; come mai questa scelta?

“È una scelta autoriale. Chi meglio di coloro che quotidianamente hanno a che fare con processi, ricorsi giudiziari, etc… può essere in grado di realizzare un’accusa o una difesa come si deve? Per non parlare poi dell’arringa finale che è senz’altro il momento in cui si mostra al meglio la professionalità di ogni singolo interprete. È chiaro che gli ospiti rimangono perlopiù loro stessi anche se poi, in alcuni casi, vien fuori una capacità recitativa sorprendente che contribuisce a creare uno spettacolo ancora più esilarante, ancora più bello.”

Dare una così ampia possibilità di improvvisazione però cosa comporta?

“L’aver stilato solo delle linee guida, un canovaccio generale diciamo, e il lasciare gli interpreti così liberi di esprimersi fa sì che si crei una fortissima empatia sul palco, una circolazione di idee che si rifrange anche sul pubblico il quale, ben consapevole di non star assistendo a una pièce teatrale, non rimane interdetto da tutto ciò ma anzi piacevolmente meravigliato.”

Tra il pubblico vi sono peraltro moltissimi giovani. Lei riserva infatti ogni volta alcuni posti del teatro agli studenti di alcune scuole superiori e, più recentemente, grazie al connubio con l’Università Luiss Guido Carli, ha dato vita da una parte al progetto “Dialogando con la Costituzione”, dall’altra ad una “Giuria Social” costituita proprio dall’audience di Radio Luiss. Perché coinvolgere i giovani in un progetto del genere?

“È fondamentale. Il saluto alle scuole è la prima cosa che faccio infatti quando salgo sul palco proprio perché ritengo la loro presenza importantissima. È un rapporto sinallagmatico: da un lato, attraverso le votazioni dei ragazzi e i loro commenti si ha modo di capire ciò che pensano e cosa li porta a ragionare in una certa maniera; in cambio invece si offre loro la possibilità di interrogarsi su determinate tematiche e di confrontarsi su questioni complesse.” 

Articolo e intervista a cura di Flavia Cuccaro