Solo l’amore ci resta

Il presupposto è che la pallacanestro (nella maniera insana che contraddistingue il mio raro interesse per i vari ambiti dell’azione umana, N.d.R.) la seguo solo da un anno e mezzo, quindi sono parole che non valgono tanto quanto per chi, al contrario, con la palla a spicchi ci è cresciuto, tanto più che il mio è un interesse limitato per il momento alla sola NBA. Fino a 22 anni la mia attenzione era risucchiata prevalentemente dal calcio e, in misura minore, dal tennis. Ovviamente, anche grazie alle infinite ore passate davanti a Sky Sport 24, avevo una superficiale conoscenza dei nomi di spicco degli altri sport: Bolt, Phelps, Woods. Discorso estendibile anche al basket (che inspiegabilmente non mi ha mai attirato fino ai sopracitati 22 anni), dove anzi questa gamma si ampliava: ovviamente Jordan, – chi da piccolo non ha visto Space Jam? – Nowitzki, Magic, Nash, Kobe, LeBron.

Già, LeBron James, il catalizzatore del mio interesse per il mondo della NBA e probabilmente il primo vero idolo sportivo della mia vita. Triste che non sia accaduto prima, ma meglio tardi che mai. Il caso ha voluto che durante una notte di tarda primavera, in cerca di un “Buffa racconta” per conciliarmi il sonno, sia capitato sul canale che dava Gara 1 delle Finals del 2018. Tenete conto che le mie competenze in materia si limitavano ad una sommaria conoscenza delle regole (e con sommaria intendo passi, tiro libero vale 1, tiro in area vale 2, tiro da fuori vale 3) e un’altrettanta sommaria idea dei giocatori di punta delle squadre che si fronteggiavano, ergo Durant, Curry e LeBron stesso. Avevo anche sentito vagamente che quei Warriors erano in lizza per essere nominati come la squadra più forte di sempre. Insomma, visto che erano le Finals decido di mettere da parte le reticenze che avevo nei confronti del basket e decido di approcciarmi per la prima volta a guardare per bene una partita. 51 del Re, che mette in mostra una capacità di dominare da solo tutti gli altri, compagni e avversari, che non avevo mai visto in nessun altro sport. Poi la storia di JR e del rimbalzo offensivo (ad oggi la cosa più ridicola che io ricordi in una manifestazione sportiva di questo calibro).

A fine partita, chiara come immagino debba essere per i profeti biblici l’apparizione di Dio, la consapevolezza che avrei dovuto cominciare a seguire la parte restante della carriera di LeBron, studiarne la carriera nei minimi particolari, e fornire, per quanto possibile, tutto il mio supporto perché questo ultimo spezzone di carriera fosse trionfale. Non più tardi di una settimana apprendo di tutta la letteratura che si impernia su LBJ, la sua storia, l’infanzia difficile, The Chosen One, il fantasma di Michael, la finale persa, the Decision, il periodo villain, i titoli a Miami, le finali perse, il ritorno, le finali perse (leitmotiv) e il trionfo.

Oltre a tutto quello che riguardava LBJ mi informai anche su tutta l’epica in generale dell’NBA: i Bulls di Jordan, Shaq e Kobe, lo showtime di Magic e Kareem, la Spurs culture e via discorrendo. Vengo quindi a conoscenza del sempiterno dibattito sul più grande di tutti, il goat. Vedo che la maggior parte propende per Jordan, ma i nomi più frequenti che vengono inseriti, a parte MJ, sono LeBron e Kobe. Senza contare il fatto che quando mi schiero tendo purtroppo o per fortuna a essere irremovibile, da neolebroniano, pur riconoscendo i meriti delle controparti, li identificai immediatamente come nemici della causa.

A farmi accanire ancor di più contribuiscono tutti quei commenti demenziali sui social che riducono la questione al numero di titoli vinti. Ergo MJ > Kobe > LeBron. Tutte idiozie che inizialmente mi hanno reso invisi entrambi. E dico idiozie perché ci sono un miliardo di motivi per cui non è così. Ma non è questo il punto. Col tempo comunque imparo ad apprezzare anche gli altri due, altrimenti mi sarei privato del godimento di una mitologia che solo la NBA, a parer mio, è in grado di offrire, se parliamo di leghe sportive.

LeBron comunque era ed è ancora il motivo principale che mi porta a svegliarmi alle 3 di notte, a saltare lezioni il giorno dopo o ad andarci in stato catatonico. Ma allora per quale assurdo motivo questo maledetto incidente in elicottero mi genera questa sensazione che non sono in grado di spiegare? Perché mi sento così inspiegabilmente inspiegabile? Seguo da poco più di un anno, l’epopea di Kobe non l’ho vissuta, posso capire il magone di tutti quelli che giocano o seguono basket da quando hanno il ciuccio, ma io cosa c’entro? In considerazione del fatto che il mio legame con questo sport è prevalentemente imputabile a James, perché la morte di Bryant mi colpisce così?

Scrivo tutto questo probabilmente per cercare di razionalizzare, per capire qual è il motivo che mi porta a sentirmi così. Non so se è un misto fra malinconia e sentito dispiacere. Non so se è per le modalità dell’accaduto, il sorpasso di LeBron, le scarpe regalate dal Mamba, la scritta sulle scarpe. E poi la morte di Kobe.

Obiettivamente, quanti di voi hanno pensato che fosse una fake news? Una cosa troppo assurda per essere vera, considerando questi eventi. Invece era vero. Neanche un premio Oscar alla sceneggiatura mettendosi d’impegno poteva realizzarla. Anzi poteva, ma gli avrebbero riso in faccia perché avrebbe saputo di una cosa troppo melensa per essere godibile o credibile (infatti, ribadisco, tutti pensavamo sulle prime che fosse una bufala). Invece questa è una di quelle volte in cui le contingenze degli eventi ci hanno “regalato” una di quelle storie che racconteremo ai più giovani quando invecchieremo e loro, come del resto abbiamo fatto noi, diranno “sì vabbè, non è possibile”.

Volente o nolente, questa Lega catalizza una quantità assurda di storie pazzesche. Mitologia allo stato puro. Quella mitologia che tanto manca in tempi come i nostri, dove l’individualizzazione ci fornisce autonomia, ma dall’altro lato ci sottrae questo universo di leggenda e misticismo che ormai appartiene ad ere della storia umana belle che andate. Solo lo sport, e in particolare la NBA, sono in grado di riproiettarci in questa dimensione ancestrale di gesta, eroismo e mitologia. In un perverso modo di vedere le cose sono quasi contento di essere stato testimone di una storia così assurda, di essere stato riproiettato in questa dimensione fanciullesca dell’umanità.

Ma ancora non mi sono risposto. Come mai sto male per la dipartita di un eroe sportivo di cui non ho vissuto assolutamente niente sulla mia pelle? Da quando ho raggiunto un’età che mi permettesse di rendermi conto delle cose, sono morti altri atleti. Nel 2016 è morto Muhammad Ali, icona del ventesimo secolo. E, per capirci, badate bene che non ho aggiunto “dello sport”. Però quando è morto non dico che abbia suscitato la mia indifferenza, ma certamente non è stato un evento in grado di influenzare il mio stato d’animo.

Uno dei bisogni dell’esistenza umana è trovare un senso alle cose, rispondere alla domanda “perché?”. Paradossalmente questa necessità unisce due pilastri agli antipodi, la scienza e la fede, due modi diversi di rispondere alla stessa domanda, benché ormai alla fede sia rimasto poco, o meglio, sia rimasto quello a cui la scienza non sa rispondere. Può essere tanto o poco, dipende dalle prospettive.

A chi rivolgermi? Ricordate quello che è stato detto prima? La mitologia, la dimensione fanciullesca dell’umanità. Quanti miti la religione porta con sé? Dal diluvio universale alla Titanomachia, dal Ragnarok all’Apocalisse. La religione stessa ci riporta a quell’infanzia dell’umanità. Un po’ come se la religione fosse un bambino che crede ancora in Babbo Natale. Un po’ come se la scienza fosse il fratello maggiore che, avendo già scoperto la verità, per dispetto dice al fratellino che Babbo Natale in realtà non esiste. Chiaramente i miei interrogativi non possono essere adattati integralmente a questi schemi, ma è certamente nella spiritualità che dovrò rifugiarmi per comprendere come mai la morte di Kobe Bryant sia stata vissuta da me come un vero e proprio lutto.

Come ho già detto, ho sempre visto Kobe come un rivale, alla luce della mia idolatria per il nativo di Akron. Credo però che questa prospettiva, inconsciamente, sia cambiata nel corso del tempo e abbia colto questo tragico evento per manifestarsi. Beninteso, quando parlo di cambio di prospettiva non intendo che la mia idolatria sia venuta meno, anzi. Mi riferisco piuttosto al modo di concepire chi, prima, dopo o durante, abbia contribuito a corroborare il concetto di greatness nella pallacanestro (e in generale nello sport). E parliamoci chiaro, non possiamo non pensare a Kobe. Il contributo del Mamba in questo particolare campo è stato incommensurabile. Questo, oltre alla vittoria, era il suo principale intento: lasciare un’impronta indelebile e consacrarsi all’altare della grandezza.

Ma mai avrei potuto pensare che la sua morte avrebbe catalizzato tutto questo amore. Tantomeno il mio. Credo sia questo che in definitiva mi abbia scosso emotivamente: vedere che le tracce sparse da quest’uomo abbiano indiscriminatamente generato testimonianze di amore (e di odio se tifavi Celtics).

Signori, rendetevi conto di ciò. L’umanità in collettivo rappresenta la più grande forza di questo pianeta, riuscire a smuoverla con questa intensità è roba da John Lennon, Jimi Hendrix, Martin Luther King, Gandhi. E sì, Luther King e Gandhi avevano adempiuto probabilmente a fini più nobili che infilare la palla in un canestro, ma avete capito di cosa sto parlando. Siamo di fronte alla greatness. E la cartina di tornasole più affidabile è la reazione dell’umanità dinanzi alla sua scomparsa. Certo, fosse morto a 80 anni sarebbe stata tutt’altra cosa, mentre adesso era quasi come se ancora fosse in attività. Ma gli eventi sono andati così e l’umanità ci ha dato i suoi riscontri.

La dedizione, il rispetto, l’amore viscerale e profondo per il Gioco testimoniati in “Dear Basketball” sono il suo vero lascito. Un terzo quarto sull’isola alle Finals, 81 punti, canestri a profusione nel clutch possono farli tutti (certo 81 forse no…), ma dare un nome e cognome, Mamba Mentality, alla cultura del lavoro, del sacrificio oltre l’umana sopportazione, dell’amore incondizionato, è per pochi. Amore. Cos’è l’amore? Potrei essere presuntuoso, ma credo si sostanzi nell’essere disposti a compiere qualsiasi tipo di gesto o sacrificio. Per i figli, per la donna o l’uomo che si ama, per il basket…

Aspetta, ma come per il basket? Ebbene sì, il suo amore incondizionato (e talvolta patologico, diciamocelo) per una palla arancione ha travalicato le linee del campo e ci ha pervaso. Lui ora è morto, ma questo amore vive. Vive in noi e vivrà nei nostri figli e nipoti. E la cosa più straordinaria è che questo amore trasmesso a tutti è stato ricambiato per dieci, cento, mille volte. Per credere, recarsi all’ingresso dello Staples Center, all’Empire State Building, al TD Garden (!!!), alle Filippine e in tutti i campetti del mondo. Ed è proprio il tributo dei campetti il più romantico e sincero. Un ragazzino di fronte un canestro che al decimo tentativo finalmente riesce a metterla dentro, sognando, probabilmente con un 24 o un 8 sulla schiena, le luci del palazzetto e gli scroscianti applausi. Che immagine c’è più bella di questa?

Questa è la tua eredità, Kobe Bryant. E sta’ sereno, tutti la rispetteranno. Non so se tutti si spaccheranno il fondoschiena come hai fatto tu, ma di certo ci sarà sempre un bambino sognante di fronte ad un canestro. Solo l’amore ci resta. Well done, Kobe.

E tranquillo, a LA la tua discendenza cestistica è in buone mani.

P.S. Non sono capace di descrivere quanto sia fomentato all’idea di vedere LeBron vincere l’anello e gridare “KOBEEEEE, THIS IS FOR YOU!

A cura di Fabrizio Colosimo