Hello, goodbye UK: 5 lezioni dalla Brexit

“Dirsi addio è troppo impegnativo e definitivo. È per questo che dico solo arrivederci.”

Le parole di David Sassoli in chiusura alla seduta del Parlamento Europeo che ha dato l’approvazione formale all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il 31 gennaio, sembrano ricordare quelle della celebre canzone dei Beatles: “I don’t know why you say goodbye, I say Hello”.

È stato un lungo viaggio. 1317 giorni sono trascorsi tra il 23 giugno 2016, data dello storico referendum che avrebbe deciso le sorti del Regno Unito e il 31 gennaio 2020, data della sua ufficiale uscita dall’Unione Europea. Tre anni e mezzo in cui il dibattito politico europeo e mondiale è stato dominato e trasformato dallo spettro del momento in cui il 51.9% della popolazione britannica avrebbe visto realizzarsi la propria volontà. Tre anni e mezzo di previsioni economiche sull’effetto della Brexit sui mercati, tre anni e mezzo in cui tutti i leader europei hanno dovuto confrontarsi, prendere una posizione e rimodellare lo scenario politico dei propri Paesi.
Come davanti al finale di una lunga serie tv, che lascia delusi una parte dei suoi fan anche quando, come in questo caso, era prevedibile dalla prima puntata, ci si chiede cosa ci rimarrà dentro di tutti gli episodi precedenti. E senza dubbio è stata una serie piena di momenti drammatici (come dimenticare le iconiche lacrime di Theresa May), malinconici (la commovente scena del Parlamento Europeo che saluta i parlamentari britannici cantando in scozzese Auld Lang Syne) e a volte così intricata da sembrare infinita, come la peggiore soap-opera. Ma cosa possiamo imparare, da questi tre anni e mezzo?

  1. Si può uscire dall’Unione Europea. Brexit è nata nel bel mezzo dell’onda dei nazionalismi che ha coinvolto tutta l’Europa, e le ha dato impulso. Dal rappresentativo tweet di Salvini: “Grazie Uk, ora tocca a noi.” all’indomani della vittoria del leave, tutte le istanze antieuropeiste fino a quel momento sembravano solo delle utopie, degli sfoghi nati principalmente da posizioni anti-euro, niente di più. Brexit ha dimostrato invece che dall’UE si può uscire, nonostante la faticosa serie di negoziati sembrasse a tratti suggerire il contrario. Tuttavia qualcuno si aspettava un effetto cascata che travolgesse anche altri Paesi con partiti euroscettici in quel momento apparentemente abbastanza forti da poter influenzare una parte importante della popolazione: Austria, Francia, Italia in primis. Quel qualcuno è rimasto deluso. Mancanza di coraggio? Forse. O forse tra le idee di Matteo Salvini, Marine Le Pen, Norbert Hofer e quelle di Nigel Farage c’è una differenza fondamentale.
  2. L’euroscetticismo non è (solo) una questione di politica monetaria. Quando si parla di posizioni antieuropee, la grande maggioranza degli argomenti proviene dall’insoddisfazione di Paesi della zona Euro, i quali hanno rinunciato alla loro indipendenza in termini di politica monetaria e la cui libertà economica è soggetta a vincoli ferrati come il Patto di Stabilità. Eppure l’unica reale vittoria dell’euroscetticismo è arrivata proprio da un Paese che nella zona Euro non ci è mai entrato. Di certo motivi economici erano alla base dello scontento del Regno Unito e hanno costituito il fulcro dei negoziati, con la questione Irlanda del Nord e il famoso backstop che hanno causato non poche notti insonni a Theresa May. Ma il motivo per cui più di 17 milioni di britannici hanno votato per il leave non può essere di natura commerciale. È una questione di identità, il che ci porta diretti alla lezione successiva.
  1. Per capire la Brexit, bisogna capire la Gran Bretagna. Se dobbiamo imparare qualcosa da questo momento storico, è che il Regno Unito è (probabilmente fin dal momento della sua fondazione) un Paese che riunisce in sé delle nette contraddizioni, come dimostra la netta vittoria dei remainers in Scozia e in Irlanda del Nord. Per questo motivo un Parlamento così composito, non solo dal punto di vista politico, ma soprattutto dal punto di vista culturale e dell’identità, ha impiegato più di tre anni ed eletto due Prime Ministers prima di riuscire ad approvare un deal. Accordo, quello di Boris Johnson, che prevede punti non poco problematici, come l’implementazione di controlli doganali nel mare tra l’Irlanda del Nord e l’isola britannica. Insomma, le controversie sono ben lontane dall’essere terminate in quel di Westminster. Se c’è una cosa, però, di cui il Regno Unito è sempre stato fiero è l’indipendenza: parliamo di un Paese che ha fondato la propria Chiesa pur di distaccarsi dalle leggi del Papa, che ha mantenuto la propria moneta quando quasi tutta l’Europa decideva di rinunciarvi, in cui si guida dall’altro lato della strada, si usano diverse unità di misura. In fondo non si può negare che se c’è un Paese che ha sempre avuto un piede fuori dalla porta dell’Unione Europea, deve essere proprio il Regno Unito.
  2. Dovremmo chiederci perché restare nell’UE. Se la maggior parte dei leader europei hanno parlato della Brexit come di una sconfitta, dovremmo cogliere l’occasione per superare l’inevitabile malinconia e rimettere in discussione quei valori che hanno fondato l’Unione Europea. Sono ancora attuali? Li sentiamo ancora nostri? La nostra generazione è nata con l’UE, ma dobbiamo imparare che questo non ci autorizza a darla per scontata: al contrario questo è il momento per discuterla, per capirla, e per avere il coraggio di reinventarla. Londra insegna che non è abbastanza avere abbastanza motivi per non lasciare. Dobbiamo avere abbastanza motivi per rimanere.

So, what now? L’Unione Europea se la dovrà vedere con tutte le sfide derivanti dal mantenere stabile un castello con un pilastro fondamentale in meno. Ci attendono mesi di riparazione, di ricostruzione e di ricerca. Anche dall’altra parte della Manica la vita non sarà facile, con questioni calde ancora aperte come i rapporti commerciali con l’Irlanda del Nord e il resto dell’Europa, e le migliaia di cittadini europei che vivono nel Regno Unito, i quali tra qualche mese avranno probabilmente bisogno di un visto per restare.

Il finale di questa serie tv è, senza alcun dubbio, agrodolce da entrambe le parti. Ma basta una passeggiata per le vie di Londra, quelle stesse vie in cui il Governo in questi giorni ha festeggiato il successo ottenuto, per convincersi che la lezione più importante è la seguente.

  1. Caro Regno Unito, forse tu non vuoi più essere parte di noi, ma noi non smetteremo mai di essere parte di te.

A cura di Claudia Rizzo