La Cultura dello Stupro: una spiegazione da uomo a uomo

L’episodio dei 50.000 non è una tantum, ma è solo la punta dell’iceberg di una ‘cultura’ che riguarda tutti i generi.

Disclaimer: Le opinioni e i contenuti riportati dall’autore in questo articolo sono strettamente personali. Le interviste sono di ragazze e ragazzi che non si conoscono e che provengono da background diversi tra loro.

Un gruppo Telegram di 50.000 persone, uomini, padri e figli, vicini di casa, cugini, zii, fidanzati, sconosciuti. Un gruppo, uno dei tanti, in cui foto e video di ragazze, amiche, fidanzate, o addirittura figlie, venivano scambiate, vendute tra i vari membri come figurine, oggetti, pezzi di carne. Non foto porno come molti potrebbero pensare, ma foto profilo, magari davanti al tramonto, magari proprio la foto che questa estate avete scattato a vostra madre, vostra sorella, e che in questi gruppi veniva commercializzata con tanto di nominativi, indirizzi e numeri di telefono. È questa l’ennesima raccapricciante verità che ieri si è presentata agli occhi di tutti noi e che, nuovamente, ha espresso quanto la nostra società possa toccare il fondo.

«Io non mi sorprendo che esistano gruppi in cui uomini si condividano immagini pornografiche, la cosa che mi sorprende è che si arrivino a sessualizzare facce, foto profilo, con tanto di nomi e cognomi, indirizzi, numeri di telefono, e che si dica “andate a stalkerarla, andate a stuprarla”». –

«Sto piangendo».

«È terrificante». –

Ma cosa c’è dietro tutto questo, un gruppo di 50.000 menti deviate o un approccio culturale che si nasconde dietro a più fenomeni e che hanno una matrice comune?

«Si tratta di una sessualizzazione deviata, depravata, come se la cultura dello stupro fosse normale». –

La “cultura dello stupro” vede la donna come oggetto, proprietà che deve reprimere i desideri sessuali. Come descrive perfettamente Giulia Blasi: «È un’idea che non attecchisce: se le donne stanno al mondo per essere guardate, desiderate, toccate, perché se ne parli come di bovini da macello (le tette, il c***, le gambe, sembra quasi di vedere i trattini intorno alle aree descritte) è impossibile non leggere ogni loro atteggiamento come subordinato al desiderio maschile. Se si mette la minigonna, se ha la scollatura profonda, se esiste in pubblico da sola ti sta lanciando un messaggio e tu devi rispondere. E se dice di no, troppo tardi: sei stato provocato, ne hai diritto».

«Non è un fattore di femminismo, è un fatto di giustizia. Volente o nolente chi ci sta dentro e non è malato si sente in diritto di fare una cosa del genere. […] Il discorso fondamentale è il far capire che non è possibile un gruppo in cui si deteriora l’immagine femminile a scopo sessuale senza alcun consenso, questo fa veramente SCHIFO […]. È un fatto che comunque vada nel momento in cui una donna mette una foto in reggiseno è una mi******. […] La società ha questa mentalità». –

Detto questo il collegamento è lampante: questo singolo evento, unito ad altri fenomeni come il semplice apprezzamento non richiesto, le battute a sfondo sessista, fino alle violenze di cui si sente parlare in cronaca, derivano dalla stessa matrice culturale che, è sempre bene ricordarlo, esiste.

«In una società che vede le donne come merce dell’uomo, [le discriminazioni di cui sopra, NdR] sono all’ordine del giorno […] non ha niente a che fare con la pazzia. Lo stupro non è una dimostrazione violenta della sessualità, ma una manifestazione sessuale della violenza, che non ha niente a che vedere con la vittima, ma con la violenza del carnefice. Tutto deriva dalla stessa matrice di vedere le donne come oggetto o possedimento». –

« Ti posso elencare 3000 casi in cui ho avuto commenti indesiderati, attenzioni che non volevo, e le persone si sentivano in DIRITTO di farli».–

Ma adesso arriviamo alla controparte. Personalmente, e anche attraverso i racconti che ho ascoltato e che ho qui riportato, la reazione della maggior parte degli uomini è stata quella di condanna di tali azioni e allo stesso tempo di distacco personale da queste pratiche, atteggiamento sicuramente lodevole, ma che veniva rovinato da poi eventuali commenti: a partire dal tipico “non puoi condannare un intero genere” al “non importa il sesso del colpevole, è un reato e bisogna pagare”.

Il problema essenziale in situazioni simili è che non si può distaccare il genere dall’azione in quanto il genere è il movente dell’azione stessa. Certo, non tutti gli uomini sono stupratori e violenti, nessuno lo ha mai insinuato. Il problema sta nel fatto che, esattamente come per il femminicidio, chi commette queste azioni oltre a commettere il reato in sé, ha in mente la convinzione di poterlo fare in quanto la vittima è una donna e lui è un uomo, e ciò avviene per colpa di una società che troppe volte, nel silenzio, accetta piccoli atteggiamenti deleteri che non costituiscono reato, ma che hanno la stessa identica matrice. Si pensi ad un apprezzamento ad alta voce: certo, l’intenzione può non essere assolutamente maligna, ma ci fermiamo mai a chiederci cosa ha suscitato la nostra azione nella ragazza? Se si è sentita violata, impotente, indifesa. Non giriamoci troppo intorno, se è sempre il ragazzo che si deve assicurare che la fidanzata varchi la porta di casa prima di poter andare via, vuol dire che un problema c’è ed esiste.

«Tanto se sei una donna la tua parola vale meno di zero in queste situazioni». –

E questo discorso non è rivolto solo alle ragazze, ma soprattutto a tutti quei maschi che, nel silenzio, collaborano anche involontariamente alla sedimentazione e rafforzamento di una cultura che abbiamo ereditato dai nostri predecessori, ma che si può fermare.

«Se una persona che fa parte di una categoria e non è in grado di riconoscere i problemi intrinseci di quella categoria […] vuol dire che ha una completa mancanza di conoscenza di quali sono i problemi, di quali sono le soluzioni e una totale mancanza di presa di responsabilità. Se tu ti senti attaccato per una cosa detta alla categoria di cui fai parte, generalizzata, il problema sei anche tu: tutti i ragazzi che dicono “ma io non sono così” per la legge dei grandi numeri almeno un loro amico lo è, eppure non gli dicono mai niente. Nessuno che dice “tutti gli uomini sono così” sostiene veramente che ognuno di loro lo sia, ma ognuno di loro, a meno che non si impegni attivamente, fa parte del problema». –

Non c’è una soluzione semplice ad un problema così grande, ma, a differenza di come molti possano pensare, parlarne, scrivere, informare, agire, sono soluzioni sempre valide che possono sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica.

E, voglio ripetermi, non si parla di donne e basta, ma di tutti noi. Le discriminazioni di genere ed orientamento sessuale, la figura dell’uomo forte che ogni giorno uccide nell’animo moltissimi ragazzi “non nei canoni”, tutto questo ha la stessa matrice socioculturale, questo peso che impedisce a tutti di essere liberi di vivere sé stessi come vorrebbero.

«Spero che cose così brutte possano essere lo stimolo per molte ragazze per avvicinarsi alle tematiche di un qualcosa che non vuole altro che difendere loro, i loro diritti, le loro scelte». –

«Se si parte dal curare le piccole cose, dalle famiglie, la società cambia man mano». –

«Non capiscono il problema a fondo. […] con un po’ di lotta e cambio generazionale questi problemi si supereranno». –

  «In paesi del nord Europa questo balzo è già stato fatto, non credo sia impossibile». –

Queste che cito sono le parole di speranza che tra ieri e oggi persone comuni hanno espresso, persone che ogni giorno lottano per qualcosa e che vogliono credere in un futuro migliore. La lotta potrà anche essere eterna, ma finché ci sarà la speranza di poter cambiare le cose, non sarà vana.

A cura di Alessandro Ambrosino