Fase 2: possiamo fidarci di Immuni?

La fase 2 è all’orizzonte. Lo testimoniano le parole degli esperti e il cauto ottimismo delle autorità competenti sulla fase calante della curva dei contagi. In più, da ieri, esiste “Immuni”, l’app di contact tracing che sarà disponibile su Play Store e App Store a partire dagli inizi di maggio. Lo ha comunicato il Commissario straordinario Domenico Arcuri, ricordando che l’app è sviluppata da Bending Spoons Spa, società che ha concesso licenza d’uso aperta, gratuita e perpetua allo Stato.

La scelta della Bending Spoons Spa deriva dall’idoneità con le linee guida sulla tutela dei dati personali adottate a livello europeo:

  • Garantirà l’anonimato
  • Sarà temporanea
  • Sfrutterà la connettività Bluetooth per evitare l’invasività del GPS
  • Non sarà obbligatoria 

È bene chiarire anche che la soluzione tecnologica non significa annullare le misure di prevenzione e di distanziamento sociale, ma potrebbe favorirne l’allentamento, restando comunque solo parte del noto assioma delle “tre T”: Testing, Tracing, Treating. I tamponi e il corretto funzionamento del sistema sanitario continueranno a essere cruciali ma potranno essere certamente coadiuvati da Immuni.

Come funziona?

L’app si compone di due parti: una è il diario clinico, in cui l’utente avrà la possibilità di inserire in tempo reale i dati relativi alle proprie condizioni di salute, l’altra dedicata in maniera particolare al famigerato contact tracing, che rileva la vicinanza di due smartphone nel raggio di un metro.  

Una volta installata l’app, i contatti con gli altri e gli spostamenti vengono registrati grazie alla tecnologia Bluetooth Low Energy (BLE) e rimangono bloccati sul proprio cellulare. Inoltre, chi sceglierà di usare l’app si vedrà assegnare ID temporanei e anonimi, evitando alcun tipo di riconoscimento. Ciò che è bene capire per non confondere questa applicazione con strumenti di orwelliana memoria è che solo nel momento in cui l’utente dovesse risultare positivo al test del Covid-19, allora potrà consentire il trattamento dei propri dati riservati. In questo modo il server dell’applicazione può avvertire i contatti del paziente positivo nell’ultimo periodo tramite una notifica sullo smartphone. Sarà, poi, possibile rinunciare alla condivisione dei dati raccolti anche se affetti dal virus: senza consenso espresso, niente verrà comunicato al sistema.

Chiaramente, data la reciprocità base di un meccanismo simile, secondo le stime degli esperti l’app sarà veramente efficace solo se usata dal 60% degli italiani.

È un pericolo per la privacy?

No. Per le premesse con cui è stata presentata, il meccanismo di funzionamento e la completa gestione da parte dello Stato, che è licenziatario d’uso, Immuni rispetta completamente la privacy degli utenti. La logica alla base è profondamente diversa e meno invasiva degli strumenti adottati in Cina e Corea del Sud, dove sono poche o inesistenti le regole che tutelano i dati sensibili.

E poi, il dilemma “privacy o salute” è sbagliato alla base. È possibile frenare il contagio e garantire la riservatezza di informazioni sensibili. Non c’è alcuna scelta da prendere. Il cardine di questo equilibrio è che i cittadini sviluppino fiducia in chi gestisce la delicata situazione e, di riflesso, quel senso di responsabilità per concorrere al bene comune.

Come scrive il filosofo Yuval Noah Harari sul Financial Times: “Invece di costruire un sistema di sorveglianza di regime, siamo ancora in tempo per ricostruire la fiducia delle persone nella scienza, nella società e nei media”.

Evitare l’“infodemia” per sviluppare la cooperazione dei cittadini è un passo cruciale nella lotta alla pandemia.

Magari, poi, scaricare Immuni non sarà visto come un tabù.

A cura di Lorenzo Ancona