Dal Covid-19 un’opportunità per rivalutare e riformare la globalizzazione

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Prima la crisi finanziaria del 2008, poi quella migratoria del 2015 ed infine la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Sono queste le sfide che la globalizzazione – nel corso degli ultimi anni – ha dovuto affrontare, rischiando di perdere la propria pervasività. Un ulteriore banco di prova è ora rappresentato dal Coronavirus, minaccia pandemica che dalla metà di febbraio 2020 sta dispiegando tutti i suoi effetti sulle economie globali.

In una recente intervista a Fox News, il Presidente Trump ha dichiarato esplicitamente che la politica internazionale si appresta ad entrare in una nuova fase: “Questa pandemia dimostra che l’era della globalizzazione è finita”. Queste parole trovano un immediato riflesso in alcune proposte dell’amministrazione americana, tra cui quella di limitare ulteriormente l’immigrazione così da poter sostenere i lavoratori americani che stanno perdendo il loro lavoro. Stando alle stime del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, sarebbero infatti circa 41 milioni i disoccupati a causa del Coronavirus, di cui circa 2 solo nelle ultime due settimane. Nella fase attuale sono molti gli Stati che scelgono la via del protezionismo per proteggere i propri cittadini: il Giappone ha recentemente offerto incentivi a tutte quelle aziende che sceglieranno di rimpatriare le proprie fabbriche; l’India ha evidenziato la necessità di raggiungere un’“autosufficienza economica”; il primo ministro francese Emmanuel Macron ha più volte dichiarato che la Francia deve ritrovare necessariamente una sua “sovranità economica”, che si tradurrà in un maggiore protezionismo a livello europeo.

Le misure protezionistiche adottate dai singoli Paesi rischiano di alimentare le tensioni e di provocare un drastico calo della domanda a livello internazionale. L’Organizzazione Mondiale del Commercio sostiene infatti che gli scambi commerciali potrebbero diminuire di un terzo su scala globale. Non sono più ottimistiche le previsioni delle Nazioni Unite, che vedono una riduzione – di almeno il 30% – dei flussi di investimenti esteri diretti.

Ciò che bisogna capire è che non garantiremo maggiore sicurezza bloccando il sistema commerciale attraverso rigidi controlli alle frontiere. Piuttosto che frenare il processo della globalizzazione, diviene essenziale espandere e diversificare le catene di produzione del valore. Un mondo diviso, che rinuncia al dialogo renderà sempre più complicato affrontare sfide (come la ricerca di un vaccino e la ripresa economica) che possono essere vinte solo attraverso una solida e costante cooperazione. Se c’è una cosa che il Coronavirus ci ha insegnato è che gli Stati non bastano a sé stessi, data la forte interdipendenza nel sistema economico e finanziario.

Nonostante il ritmo della globalizzazione abbia subito una brusca frenata e il supporto politico nei suoi confronti sia più debole rispetto al passato, il nostro mondo oggi rimane più globalizzato ed interconnesso che mai. Pensiamo agli agricoltori e ai produttori di automobili statunitensi, il cui principale mercato di sbocco è rappresentato dalla Cina. Pensiamo ai Paesi in via di sviluppo come Bangladesh e Vietnam – fortemente dipendenti dall’esportazione di capi di abbigliamento -, senza dimenticare le rimesse che periodicamente gli emigrati spediscono nella loro terra d’origine, fondamentali per l’economia di molti paesi poveri (come Filippine, Nepal e molti Stati africani).

Di certo, non basterebbe abbracciare nuovamente il processo della globalizzazione. Il Coronavirus – in tutta la sua drammaticità – ci offre una fondamentale opportunità per fare tabula rasa, ridiscuterne i termini e correggerne le storture. Storture che la crisi finanziaria del 2008 ha ampiamente evidenziato. In quel frangente, la globalizzazione – che fino ad allora era parsa inarrestabile – incominciava infatti a subire la sua prima battuta d’arresto. Iniziava così il processo a quell’imponente processo economico, soprattutto ad opera di coloro che avevano meno beneficiato del ventennio di crescita ed integrazione economica. I cosiddetti “perdenti della globalizzazione” non si trovavano solo fra i Paesi in via di sviluppo, ovvero quelli posizionati ai piedi delle catene mondiali del valore (destinati a raccogliere le briciole dei guadagni del libero scambio) ma anche dentro ai Paesi avanzati, dove erano numerosi i lavoratori appartenenti a settori sacrificati sull’altare della globalizzazione. Esempi significativi sono dati dall’agricoltura estensiva europea e dagli operai delle aziende delocalizzate, che gradualmente iniziavano ad ingrossare le fila dei movimenti no-global.

L’anno di svolta per questo genere di istanze è il 2016, anno che segna una dirompente vittoria simbolica per i movimenti ed i partiti più critici del libero commercio. Mi riferisco alla vittoria di Donald Trump. Un Presidente apertamente contrario alla globalizzazione contemporanea, eletto alla guida di un Paese che aveva in precedenza creato proprio quel modello di globalizzazione. Sin dalla sua elezione, il nuovo inquilino della Casa Bianca inaugura una stagione di protezionismo ed una strategia di crescente opposizione alla Cina, accusandola di aver piegato le regole del libero commercio a proprio vantaggio nel corso degli ultimi anni. Lo scontro sfocia in una delle più massicce guerre commerciali della storia, fino al gennaio 2020, quando le due superpotenze firmano una tregua. La Cina si sarebbe impegnata ad acquistare merci americane per un valore di 200 miliardi nel giro di due anni mentre gli Stati Uniti avrebbero gradualmente rinunciato alla politica dei dazi. Il periodo di distensione che si prospettava è stato spazzato via dall’uragano Coronavirus.

Si è così aperta una spirale di reciproche accuse: da una parte Washington, che parla apertamente di “virus cinese” e di incompetenza made in China; dall’altra i vertici di Pechino, che ipotizzano un coinvolgimento dell’esercito USA nella diffusione del contagio. A questo punto, è molto probabile che Xi Jinping userà il virus come un escamotage per non rispettare completamente i termini dell’intesa con Trump. Se nel breve termine le produzioni nazionali torneranno alla ribalta, nel lungo termine non possiamo che ipotizzare (e auspicare) una ripresa della globalizzazione, a patto che essa porti con sé una serie di significativi cambiamenti. Sarà necessario disciplinare e depotenziare l’azione delle multinazionali, che sempre più si affidano alla delocalizzazione delle loro produzioni verso i Paesi in via di sviluppo (specialmente in Asia ed in Est Europa), zone franche dove diritti umani e salari adeguati sono quasi un miraggio. Per quanto riguarda l’Unione Europea, la lotta alla delocalizzazione e al dumping fiscale tra paesi europei potrebbe concretizzarsi in una direttiva della Commissione che metta fuori legge i Tax Haven e rimuova asimmetrie e distorsioni competitive, elementi propri di un capitalismo predatorio.  

Un punto imprescindibile per il futuro dovrà essere una robusta cooperazione intra-nazionale per favorire una maggiore uguaglianza tra Paesi e popolazioni, così da poter derubricare o almeno scardinare la catalogazione “vincenti vs perdenti” della globalizzazione. Se ciò non accadrà, contribuiremo a dipingere la globalizzazione come un tradimento e una promessa mancata, alimentando una pericolosa spirale protezionistica.

In tempi diversi da quelli in cui viviamo, gli Stati Uniti assumerebbero la leadership politica ed economica per determinare una risposta globale, in uno schema win-win. In questo senso, l’eventuale vittoria di Joe Biden alle prossime presidenziali americane (a novembre 2020) cambierebbe le carte in tavola, modificando la postura internazionale degli Stati Uniti e dando nuovo slancio al multilateralismo, strumento imprescindibile per poter risorgere nell’era post-Covid.

A cura di Giorgio Catania