Come va con il Recovery Fund? Domani il vertice tra i Paesi UE

Ieri, 13 ottobre, la Camera ha dato il via libera alla risoluzione di maggioranza sulle linee programmatiche del Recovery Fund.

In questi mesi abbiamo visto l’economia globale duramente colpita dalla crisi in seguito al propagarsi del Covid-19. Il nostro Paese ha subito una perdita del Pil anche peggiore delle previsioni inizialmente fatte. È infatti crollato del 12,8% nel secondo trimestre del 2020, mai un calo così drastico dal 1995 (anche se il ministro Gualtieri si mostra positivo riguardo le previsioni per il terzo trimestre). 

Alla vigilia degli appuntamenti europei più importanti, è solito che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella riceva il premier e alcuni ministri.

L’appuntamento è a Bruxelles il 15 e 16 ottobre, per la riunione decisiva del Consiglio Ue sul Recovery Fund: i capi di Stato e di governo dovranno trovare un accordo definitivo sul piano di risorse, pena un rinvio nell’erogazione dei fondi.

Dopo gli innumerevoli dibattiti in merito alle soluzioni da adottare per fronteggiare tale crisi (il MES ad esempio), prima con la stessa Europea e poi all’interno del Governo, arriva quindi il RECOVERY FUND.

Le prospettive da cui guardare questo accordo internazionale sono varie. Cerchiamo di riassumerne i punti fondamentali e in particolare ciò che ha ottenuto l’Italia.

Prima, una piccola parentesi: la pronuncia.

Da professionisti e non, se ne sono sentite delle belle: si scrive «Recovery FUND», ma si legge «RECOVERY FAND», non «found» come il participio passato del verbo «find» – trovare (trovato). Significa infatti “fondo di recupero”.

  1. CHI FINANZIA il RECOVERY FUND? 

Dopo diversi giorni e notti, i 27 Stati membri hanno trovato un accordo sul prossimo bilancio comunitario.

750 miliardi è la cifra più alta mai stanziata per un intervento del genere e non è l’unica novità. 

«Per la prima volta nella storia europea, il bilancio è collegato agli obiettivi climatici, per la prima volta il rispetto dello stato di diritto diventa una condizione per la concessione di fondi», ha spiegato il presidente del Consiglio UE Charles Michel.

Inoltre, il finanziamento di questo fondo avviene attraverso l’emissione dei “Recovery Bond”, quindi attraverso una raccolta di liquidità da parte dell’Europa stessa.

È la prima volta che l’UE emette titoli sul mercato e che sia prevista una forma di condivisione del debito.

2. Cosa ha ottenuto l’Italia?

Spetterebbe proprio all’Italia la fetta maggiore di aiuti da questo pacchetto: circa 80 miliardi di sussidi e 120 miliardi di prestiti. 

La realtà però è un’altra se ragioniamo sul lungo periodo: i sussidi sono 81,4 miliardi, ma il nostro Paese dal 2028 depositerà nel budget europeo circa 55 miliardi e quindi, al netto, l’ammontare di aiuti a fondo perduto è circa 26 miliardi a fronte degli 80 totali.

I governi dovranno dovranno inoltre accettare forme più intrusive nella gestione del denaro (il perché nel prossimo paragrafo). Segue la Spagna con 140 miliardi.

3. Ci sono condizioni?

A discapito di quanto si possa pensare, in seguito alle aspre critiche rivolte proprio per questo al MES, ovviamente anche per l’utilizzo dei fondi provenienti dal RECOVERY FUND ci sono dei criteri e dei protocolli rigidissimi da rispettare (forse anche di più rispetto a quest’ultimo). 

Per ottenere l’autorizzazione all’utilizzo dei fondi, i governi dovranno presentare entro il 15 ottobre un “Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza”, il cui contenuto riguarderà una dettagliata lista delle riforme e degli investimenti che si intendono finanziare e sarà poi posto al voto della Commissione. 

Il tutto dovrà essere ovviamente coniugato con le raccomandazioni generali in merito alle riforme, emanate dalla stessa Commissione durante il Semestre Europeo.

4. COSA COMPORTANO NEL FUTURO DEL SINGOLO STATO E DELL’EUROPA L’UTILIZZO DEL FONDO PER LA RIPRESA?

Per la prima volta l’Europa può nel suo insieme emettere titoli sul mercato (Recovery Bond), ma allo stesso tempo tali iniziative e investimenti non riguarderanno l’Unione Europea nel suo complesso, ma ovviamente il singolo Stato che utilizzerà il fondo. Le conseguenze, in caso di un errato utilizzo dei fondi, porterebbe probabilmente ad uno squilibrio a livello finanziario tra gli Stati e allo stesso tempo una frattura del mercato europeo.

5. No all’utilizzo dei fondi Ue senza rispetto dello Stato di diritto 

Una delle condizioni più drastiche e più dibattute tra gli Stati, riguardo il mantenimento dello stato di diritto. 

Riprendiamo la dichiarazione del presidente del Consiglio dell’UE: per la prima volta il rispetto dello stato di diritto diventa una condizione per la concessione di fondi. “

Cosa significa e perché questa decisione ha creato così tanti disaccordi?

La Commissione europea ha deciso che saranno bloccati gli aiuti ai Paesi che non rispettano lo stato di diritto. Un provvedimento che colpirebbe principalmente Polonia e Ungheria, contro cui Bruxelles ha già aperto una battaglia giuridica per la violazione dei principi fondamentali dell’Unione, come la libertà di stampa e l’indipendenza dei giudici. Ma che potrebbe riguardare altri Stati membri come Romania e Bulgaria. Ecco perché Varsavia e Budapest, spalleggiati da Bucarest e Sofia, hanno minacciato di bloccare la proposta della Commissione. Una minaccia che sembra aver sortito i primi effetti.

6. Il “super freno” di Rutte e l’Olanda

Discussione che ha visto l’Olanda in prima linea (che spingeva affinché fossero previsti solo prestiti e non sovvenzioni), riguarda l’introduzione di un sistema con il quale un singolo Stato membro può contestare ad un altro possibili incongruenze col suo piano nazionale già approvato e di bloccare poi l’erogazione dei fondi.

Il fatto che sia un meccanismo “complesso” da avviare, ha convinto il nostro governo a portare avanti il progetto.

Il “freno” potrà essere posto da Olanda, Finlandia, Danimarca, Svezia e Austria. Per i 5 sono anche previsti dei “rebate”, ossia degli sconti ai loro contributi al bilancio europeo. 

Si legge infatti: “Per il periodo 2021-2027, le rettifiche forfettarie (rebate, sconto ndr) ridurranno il contributo annuale basato sul Reddito nazionale lordo di Danimarca, Paesi Bassi, Austria e Svezia e, per il solo sostegno al recupero e alla resilienza, anche della Germania.”

Perché in questi giorni si parla di proroga?

Conte (ieri 13 ottobre) ha assicurato in conferenza stampa che non ci sarà alcuna proroga. L’Italia è letteralmente in pressing per assicurare il ‘Next generation Eu’, soprattutto per fare in modo che parta a gennaio.

Ieri, giorno in cui in cui il Parlamento ha approvato la risoluzione di maggioranza sul Recovery Fund, Giuseppe Conte in aula al Senato invita gli Stati ad “agire con lealtà”.

La dichiarazione fa seguito agli avvenimenti delle scorse settimane, in particolare alle scintille tra Parlamento e Consiglio UE. Il presidente della commissione Bilanci all’Eurocamera, Johan van Overtfeldt, si è detto “deluso” dalla proposta di compromesso inviata dalla presidenza di turno tedesca del Consiglio (mancati accordi riguardo l‘introduzione di nuove tasse europee che aiutino a ripagare il debito contratto per finanziare Next generation Eu, un aumento degli stanziamenti per alcuni capitoli di spesa, le regole sullo stop delle erogazioni). La Germania: ‘Da loro ostruzionismo deplorevole.

Qui, il dialogo tra i Paesi si è arenato e così è stato tutto rimandato al 15 e 16 ottobre.

Se il Consiglio non riuscisse in tempi brevi a trovare un accordo, potrebbero esserci concreti ritardi nell’approvazione del piano da parte dei vari Parlamenti nazionali.

A cura di Adele de Ponte