#Route2020: Come un film può influire sulle elezioni?

La nostra Virginia ci racconta un retroscena, tra i tanti, delle elezioni per eleggere il 46º Presidente degli Stati Uniti.

A poche ore dall’esito delle elezioni presidenziali americane nonostante Biden sia in una posizione di  netto vantaggio, molti esperti ritengono ancora possibile che Trump rimonti all’ultimo come avvenne nel 2016. Infatti anche se ha ottenuto dei risultati deprecabili sia dal punto di vista economico che sul fronte della lotta al Covid, per gran parte della popolazione statunitense rappresenta la personificazione del sogno americano, il tycoon, l’uomo imprenditore che con l’ingegno e la dedizione è riuscito a fare fortuna (anche grazie all’azienda di famiglia), l’outsider della politica (argomento cardine della campagna elettorale del 2016 finalmente ripreso nell’ultimo dibattito efficacemente) fuori da tutti quei giochi di Palazzo al contrario dell’oppositore Biden, usualmente definito come un veterano della politica. Trump, più per racimolare consenso che per convinzione, ha però iniziato a cavalcare diversi ideali rappresentati dalla corrente più radicale del partito Repubblicano: ostentazione del credo religioso, esaltazione di un economia autarchica etc. 

E se un film potesse mettere in difficoltà l’America che vota Trump? Se questo film ritraesse, in un non proprio consono atteggiamento, uno dei suoi più stretti collaboratori, nonché suo avvocato personale ed ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani? Sicuramente molti di voi si ricorderanno di “Borat”, un film riguardante un fantomatico giornalista del Kazakistan mandato negli USA per fare un reportage riguardo la cultura statunitense, interpretato dal brillante Sasha Baron Cohen.

Questo personaggio incarnava il tipico razzista, maschilista ed antisemita con una naturalezza disarmante, uno schiaffo insomma al politically correct, con una satira intelligente che mirava a mostrare come un personaggio del genere trovasse l’approvazione di molti. Col sequel, uscito da pochi giorni su Amazon Prime Video, la satira si amplia ancora di più e riesce ad interagire direttamente con la realtà, attraverso il mix di scene reali e recitate. Nel film gli attori, con una straordinaria improvvisazione, recitano in contesti appunto reali , ma filmati attraverso telecamere nascoste. Emergono così estremi e anacronistici temi, pienamente sostenuti ancora oggi dal partito di Donald Trump. Si mostra l’incoerenza di quella mentalità, ma  forse di tutta la nostra società a mostrarsi così progredita quando invece nel profondo la si pensa diversamente a costo di difendere le apparenze. Questo si può notare maggiormente nella scena in cui  la figlia di Borat, davanti ad una convention di donne Repubblicane, finalmente capisce di non dover vivere tutta la vita in una gabbia ed annuncia di voler fare la giornalista come suo padre, le altre donne restano inorridite da come suo padre l’abbia fatta vivere, ma le suggeriscono che sarebbe meglio fare la modella o dedicarsi maggiormente alla cura del proprio aspetto in modo da trovar marito.

Andiamo al punto del film che ci interessa davvero. L’intento di Borat è vendere la propria figlia a Rudolph Giuliani, così lei si fa passare per una reporter che dovrebbe intervistarlo. Succede però che dopo l’intervista, Giuliani vuole offrirle un drink nella camera da letto dell’hotel in cui si trovano. Si vede benissimo come Giuliani si prepari qualcos’altro del semplice essere intervistato con la ragazza. Si tratta però purtroppo dell’avvocato del presidente degli Stati Uniti d’America che si è difeso dicendo che quel gesto che appare palesemente come “qualcos’altro” era solo un tentativo di aggiustarsi il microfono, per poter proseguire l’intervista. 

Donald Trump e Rudolph Giuliani

L’opinione pubblica è restata chiaramente sconvolta da quest’atteggiamento, mentre gli elettori di Trump, sostengono che dietro tutto questo scandalo ci sia un complotto orchestrato da Obama. L’elettorato di Trump è disposto a difenderlo in qualunque ambito, perché ritiene di battersi per un partito e un candidato presidente alternativo: alternativo rispetto al passato o più precisamente all’ultimo secolo, dove vi è stato uno sciorinamento di diritti delle minoranze che hanno causato il restringimento di quelli della maggioranza bianca maschile, aderente alla politica liberale applicata dai padri fondatori, dimenticando però che anche se all’epoca  si era bianchi e maschi, ma di professioni umili, non si avevano automaticamente questi grandi diritti e libertà. È senz’altro un po’ incoerente: da una parte ci si batte per la libertà assoluta messa in pericolo dalle misure restrittive, dichiarate a detta loro incostituzionali (lockdown, obbligo di usare le mascherine etc), ma al tempo stesso contesta la pretesa di libertà fondamentali da parte della comunità afroamericana. 

È sicuramente un elettorato compatto e fortemente solidale alla causa del proprio Presidente. Questa è una grande differenza rispetto a quello di Biden, essenzialmente appoggiato perché unito dalla comune causa di evitare una seconda vittoria di Trump a tutti i costi. In un periodo in cui il movimento Black Lives Matter si sta davvero affermando e forse qualcosa sta iniziando a muoversi come durante gli anni ’60 col Civil Rights Movement, dal punto di vista storico, Biden non è il candidato migliore, anche se ha dato un grande segnale con la scelta del suo vice-presidente: una donna figlia di immigrati, afro-indiana.

Kamala Harris e Joe Biden

Dal canto suo, Biden è caratteristicamente un personaggio pragmatico. Non ha una serie precisa di ideali come AOC a cui è pronto ad attenersi ad ogni costo anche a quello di perdere consenso, ma riesce a comprendere quello che la gente vuole o che non sa ancora di volere nell’immediato. Ad esempio, si pensi a quando alle elezioni del 2008 appoggiò Obama, mentre l’opinione pubblica riteneva che l’elezione di un presidente afroamericano fosse troppo precoce per gli USA del tempo.

Barack Obama e Joe Biden

Effettivamente, se in un primo momento durante le primarie democratiche si era dimostrato contrario all’adozione del Green New Deal, dopo essere diventato ufficialmente il candidato per il Partito Democratico, ha presto cambiato posizione (per timore forse di perdere la fascia giovanile del suo elettorato già demotivata dalla consistente differenza d’età).  Nel bel mezzo dell’ultimo dibattito presidenziale, è infatti arrivato ad annunciare il termine dell’utilizzo del petrolio come fonte d’energia e  la conversione all’uso di fonti di energia rinnovabili, in caso vincesse le elezioni.

Noto per essere un  pragmatico appunto, potrebbe non appartenergli la caratteristica di fare promesse e non mantenerle, senza trovare sempre una via e giustificazione morale a tutte le questioni, non opportunista. Del resto, i più grandi presidenti della storia condividevano questo approccio alle questioni più complesse. Roosevelt, durante la sua campagna elettorale, garantì che avrebbe ridotto tutte le spese e favorito l’iniziativa dei privati  e alla fine è ricordato principalmente per il New Deal, uno dei più massici interventi pubblici dello Stato in ambito economico e produttivo (dopo la Crisi del ’29).  

I risultati di queste elezioni sono sicuramente i più attesi data l’ultima elezione del 2016, in cui si dava per scontata la vittoria di Hillary Clinton e poi si sa com’è andata a finire. Anche se al contrario di Clinton  che non considerò quasi per niente gli stati più svantaggiati  e meno industrializzati del paese, limitandosi ad ottenere l’appoggio di quelli più progrediti come la California ed il New Jersey, Biden si sta dedicando soprattutto ai primi e chiaramente gioca a suo vantaggio la  provenienza dal Delaware, uno stato non proprio avanzatissimo. Inoltre Biden, cosciente di quanto possa diventare ristretto il vantaggio su Trump, punta molto la sua campagna elettorale sugli swing states (stati incerti) come la Florida, celebre per essere il rifugio di molti anziani provenienti da tutto il paese per i suoi vantaggi fiscali. Qui  Trump ha un po’ perso consensi  per aver posizionato un’immagine di Biden tra gli anziani di una casa di riposo, per far notare quanto la sua età lo rendesse indisposto a rivestire la carica di 46esimo Presidente degli Stati Uniti. A tale provocazione, l’altro candidato ha replicato affermando come proprio  questa concezione che Trump  ha di lui e degli anziani quindi, mostri come li ritenga insulsi e irrilevanti per la società. Infatti, un duro attacco alle scarse iniziative governative volte a tutelare la popolazione dal Covid, è stata proprio che il virus colpisca soprattutto gli anziani. Questa efficace argomentazione potrebbe davvero fare la differenza in Florida.

E’ davvero difficile stabilire chi avrà la meglio. Un candidato trasversale che tenta di adeguarsi alle nuove tendenze sociali in ogni modo o un candidato che vanta un elettorato convinto degli ideali che sostiene, ma comunque demotivato dalla disastrosa situazione economica dovuta alla pandemia e dalle accuse di evasione fiscale?

Seguici su RadioLUISS.it nella nostra maratona il 3 e 4 novembre, per scoprire chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti!

#Route2020 è la rubrica di RadioLuiss.it per le #Presidenziali2020 degli Stati Uniti.

A cura di Virginia Zappimbulso