Nuovi lockdown: li sopporteremo?

Entra oggi in vigore il nuovo DPCM, il quale comporta le maggiori restrizioni per le regioni rosse, ma anche per le arancioni. Riusciremo ad affrontare per la seconda volta (forse neanche l’ultima), giorni chiusi in casa, autocertificazioni, mascherine e via dicendo, sapendo che forse poi potrebbe non servire a risolvere il problema?

Hai preso la mascherina? Hai lavato le mani per almeno 30 secondi? Hai disinfettato il telefono? Ti sei messo in lavatrice appena tornato a casa? Un estraneo! Sarà asintomatico senza saperlo?

Quanto terrore, quanta ansia e quanto astio sono stati generati nell’ultimo anno. Non si tratta solo di sintomi, malessere e positività, c’è molto di più. Come se ci fosse una corona che grava sulle nostre teste e che penetra, ancora prima che nel corpo, nei meandri della mente.

Sono state mutate le abitudini, le reazioni e le priorità delle persone. E probabilmente tali cambiamenti sono irreversibili. Per molti sembrano ormai lontani i tempi in cui non era troppa la preoccupazione per uno starnuto, i tempi in cui abbracciarsi con gli amici o stringere la mano ad uno sconosciuto non significava creare un rischio per sé e per i propri cari. Eppure non sono trascorsi nemmeno dodici mesi da quando tutto ha avuto inizio.

Lo scorso lockdown non ha “solo” messo a dura prova l’economia mondiale, ma ha stravolto le vite di interi popoli. Un virus ha dato il via ad un cambiamento colossale, come solo poche e geniali invenzioni avevano potuto fare nel corso della storia. Si pensi ad Internet, che ha permesso la nascita di un nuovo mondo, di nuove esigenze, nuovi modi di pensare e di risolvere problemi quotidiani. Ma adesso non è una tecnologia che apporta dei vantaggi, oggi una pandemia ha ripercussioni economiche, sociali e soprattutto psicologiche in tutto il mondo.

La reclusione, la limitazione delle interazioni, la paura sono i padroni di questo tempo. Insomma, non c’è una via di scampo, siamo tutti sulla stessa bilancia: chi nel piatto della positività e chi in quello della negatività. Socializzare e vivere nella collettività non sono più tra i principi più importanti nella vita di un uomo.

Uno studio condotto dall’Istituto Gaslini di Genova ha riportato che “l’improrogabile necessità di confinare i cittadini per abbassare il numero di contagi ha messo alla prova le capacità di adattamento, non solo per la limitazione della libertà personale e la necessità della riorganizzazione della routine domestica, ma anche per la quantità di informazioni (talora contrastanti) che sono state divulgate, rendendo il momento storico particolarmente critico e pervasivo per la nostra vita sociale ed emotiva.”

Già il 26 febbraio usciva su The Lancet una Review sull’impatto psicologico che la quarantena avrebbe potuto avere sugli individui: “…effetti psicologici negativi quali sintomi di stress post-traumatico, confusione, rabbia, paura, dolore e insonnia indotta dall’ansia. I fattori di stress includevano una maggiore durata della quarantena, paure d’infezione, frustrazione, noia, forniture inadeguate, perdite economiche e stigma”.

Sempre The Lancet ha pubblicato a luglio un ulteriore studio, questa volta relativo a dati tangibili e non ipotetici, nel quale è emerso che, effettuando un sondaggio su circa 20.000 persone, più di una su quattro ha riportato disagi mentali rilevanti a livello clinico in seguito al periodo di lockdown. La salute psichica di numerosi individui sarebbe stata minata, per svariati motivi, che vanno dalla depressione per la perdita del lavoro all’abuso di alcolici. “C’è stata una paura iniziale dettata dal contagio fisico che però ha dato il via ad un’ansia non soltanto personale ma (anche) nelle relazioni” ha affermato la psicologa Valeria Locati. Pare che con l’emergenza sanitaria ed il lockdown, non solo siano stati acuiti problemi personali già presenti, ma se ne siano aggiunti altri. Inoltre, il non aver potuto vivere quasi un’intera stagione, trascorrendo un lungo periodo in una bolla di protezione, ha comportato enormi difficoltà e grande spavento nel dover tornare alle proprie abitudini e a relazionarsi. Si tratta della cosiddetta sindrome della capanna, che consiste in una resistenza alla ripresa della socializzazione. Non manca però chi ha subito la sindrome opposta, quella di Robinson Crusoe, caratterizzata da eccessivi spostamenti guidati dalla sensazione di libertà dalla prigione domestica. Kathryn Abel, dell’Università di Manchester, ha affermato che “mentre l’infezione da COVID-19 rappresenta un rischio maggiore per la salute fisica delle persone anziane, (…) la salute mentale dei giovani è stata colpita in modo sproporzionato dagli sforzi per fermare la pandemia”.

Anche i medici e gli operatori sanitari hanno fortemente risentito dell’emergenza, accusando gravi situazioni di stress e insonnia, oltre al coinvolgimento emotivo legato alla sofferenza dei propri pazienti.  

E non è tutto. Durante il lockdown tra marzo e maggio, è stato avvertito un aumento dei casi di disturbi alimentari. Sicuramente la causa principale risiede nella mancanza di attività fisica. Concorrono, però, allo stesso modo le ingenti scorte di alimenti nelle credenze, i corsi di cucina improvvisati da chi si è cimentato nelle più svariate lievitazioni e ricette, e, in gran parte, l’ansia dovuta alla perdita di controllo sul proprio peso. Proprio in questi ultimi casi, infatti, numerosi sono stati i disturbi psicologici riversati sull’alimentazione. Inoltre, i più vulnerabili sembrano essere stati coloro che soffrono di bulimia nervosa, avendo riscontrato problemi nella continuazione delle terapie in modalità online ed essendo aumentato notevolmente il livello di stress. Anche l’uso eccessivo delle reti sociali non è stato certamente d’aiuto, avendo fortemente contribuito a percepire in modo alterato il proprio corpo.

Abbondante è, dunque, l’ansia di ciò che potrà scatenare l’ultimo Dpcm. In particolare, si teme per le regioni “rosse”, in lockdown, e per quelle “arancioni”, con grandi restrizioni.

Cosa succederà? Come ne usciremo? Torneremo alla vita di prima o vivremo per sempre tra paure, attese dei dpcm e disinfettanti? Queste le domande più gettonate, ma allo stesso tempo quelle con zero risposte certe. Pare non esserci una soluzione definitiva. Forse saremo costretti ad adattarci a questo nuovo stile di vita, se così può chiamarsi, o forse l’arrivo del tanto agognato vaccino ci salverà dal naufragio in cui ci troviamo e che dura ormai da più di nove mesi.

A cura di Aurora Leoci