Bari, Prof. di bioetica: “Non dovrebbero esserci giudici donne”

Professore di Bioetica pronuncia questa espressione gravissima (e non solo) durante una lezione online, diventata poi virale.

Il rettore dell’Università di Bari, Stefano Bronzini, ha sospeso il dott. Donato Mitola, professore di bioetica, a seguito di affermazioni eticamente, moralmente e legalmente lesive.

A detta degli studenti, Mitola avrebbe incentrato una lezione online sulle differenze tra il genere maschile e femminile, dichiarando apertamente le proprie tendenze discriminatorie nei confronti del genere femminile. Non sono solo i video della lezione diventati virali, ma anche le slides condivise dal professore che testimoniano quanto accaduto. Proprio da una di queste era possibile leggere: “le donne sono emotivamente più sensibili degli uomini e il loro processo decisionale è condizionato, anche se inconsciamente dall’emotività”. Ecco, perché, secondo Mitola, non dovrebbe essere consentito alle donne di diventare giudici, “giudicare significa essere imparziali”. Alquanto discutibile, considerando che in Italia su 8678 magistrati, 4006 (46%) sono donne.

Ma non è tutto, questa è solo una delle tante perle di misoginia di quell’ora. Il prof ha, infatti, continuato: “siccome le donne ormai da 80- 90 anni hanno iniziato a lavorare, sono diventate autonome, si sono prodotti problemi sui figli (…) si hanno disturbi di natura psicopatica in età adulta”.

Come se ciò non bastasse, la sua non era una semplice, seppur aberrante, espressione di un’opinione personale, ma il suo evidente obiettivo, desumibile dal tono di voce e dalle circostanze, era quello di inculcare nei ragazzi tali ideali discriminatori. Proprio gli studenti, infatti, hanno richiesto l’intervento del Preside della Scuola di Medicina e del Rettore dell’Università di Bari, dichiarando:

“Gli studenti e le studentesse hanno il diritto di ricevere una formazione critica verso l’esistente ma allo stesso tempo libera da discriminazioni e pregiudizi che da secoli ledono la figura della donna in ogni ambito. Non resteremo in silenzio: fuori il sessismo dalla nostra Università!”.

Ed è proprio così. La figura femminile troppo a lungo è stata soggetta a discriminazioni, pregiudizi e privazioni della libertà e dei diritti. Troppo volte un uomo ha superato una donna per motivi che nulla hanno a che vedere con criteri oggettivi volti a verificare le effettive capacità, a prescindere dall’ambito.


Come è possibile che, dopo lotte che risalgono all’alba dei tempi e che si sono protratte fino ad oggi, dopo diritti conquistati a fatica, ci sia un docente universitario che diffonde ideologie così anacronistiche? Da brividi. Una donna fatta per accudire i figli, una donna che non può giudicare, troppo fragile per lavorare o per discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Di cosa sono fatte? Cartapesta forse? Un tempo erano queste le concezioni imposte dalla società, oggi no. Oggi non se ne può più di dover ascoltare discorsi come quello di Mitola. Oggi non sono più accettate in silenzio discriminazioni di genere e ingiustizie.


L’art.37 della nostra Costituzione sancisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Gli articoli 15 e 16 dello Statuto dei Lavoratori prevedono delle tutele contro i trattamenti discriminatori relativi alle assunzioni, ai licenziamenti, ai demansionamenti, alle assegnazioni professionali dettati da motivi legati al genere. Sono innumerevoli le leggi che da settant’anni cercano di ampliare le libertà delle donne, poco alla volta. Ma basta questo? Parità di genere significa assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale nella vita di chiunque.

Il 13 novembre, per la prima volta in 700 anni, è stata eletta magnifico rettore dell’Università Sapienza di Roma una donna, Antonella Polimeri. “Una grande vittoria, oltre che un onore”, così ha dichiarato la rettrice. Una vittoria per tutte le ragazze e studentesse, finalmente uno spiraglio di luce per tutte coloro preoccupate di non riuscire in futuro a raggiungere cariche prestigiose o a condurre carriere brillanti, a causa di una società ancora evidentemente maschilista. Sono radici lunghissime ed estremamente solide quelle dei pregiudizi, che posizionano la donna sempre un passo indietro, ma sono radici che si stanno lacerando. È importante crederci, è importante non lasciarsi sopraffare dalle affermazioni come quelle del professore di Bari, da chi di superiore ha solo il grado di ignoranza, da chi si compiace privando qualcun altro dei propri diritti e affibbiandogli scomodi doveri.

Purtroppo, non si tratta di una semplice espressione del proprio pensiero, ma piuttosto di un ostacolo ed un’offesa che svilisce ogni donna

Contrastare queste correnti non è facile e non lo è mai stato, ma prima o poi lo diventerà. Magari con una nuova legge, che punisca penalmente con delle sanzioni qualsiasi forma di discriminazione di genere, in ogni luogo, in ogni ambito. O forse, più arduamente, creando una “nuova” cultura che possa diffondere, anche attraverso le lezioni scolastiche o universitarie, la convinzione comune che i diritti e i doveri sono di tutti. Spazzare via un retaggio che portiamo dietro da troppo tempo, disintegrare il peso di una lotta infinita che grava sulle spalle delle donne: ecco gli obiettivi, che dovremmo perseguire per ottenere una volta per tutte la parità, per salutare istinti atavici e abietti ideali.

A cura di Aurora Leoci