LA VIOLENZA E’ L’ARMA DEI DEBOLI

Si è celebrata il 25 Novembre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

L’orologio del tempo segna il suo incessante scorrere, maturano le ore, le giornate e gli anni ma l’emergenza sociale della violenza sulle donne permane. Fenomeno evolutivo ma, allo stesso tempo radicato nella concezione discriminantoria di molti, mentalità distorta, ancorata ad opinioni ormai obsolete. La concezione di diversità che giustificherebbe la presa di potere fisica, psicologica, morale di un uomo nei confronti di una donna, che sia estranea, conosciuta, fidanzata, compagna, moglie, madre.

La violenza sulle donne affonda le sue radici nella società sin dal secondo dopoguerra, ma è stata riconosciuta come violazione dei diritti umani solo nel 1999, quando l’Onu ha istituzionalizzato la giornata del 25 Novembre per sensibilizzare sul tema, ricordare, e supportare le vittime. Per capire perché la ricorrenza cade proprio in questa giornata, dobbiamo ripercorrere quello che accadde esattamente sessanta anni fa quando tre giovani sorelle dominicane di nome Patria, Minerva e María Teresa Mirabal uscirono di casa per fare visita ai propri mariti che si trovavano in carcere in quanto dissidenti politici e vennero brutalmente uccise.

Oggigiorno i dati parlano da soli. Il fenomeno della violenza sulle donne si adatta ai tempi, insinuando il suo vezzo beffardo in ogni picola fessura, per poi addentrarsi tra le mura domestiche dove sembra prendere campo sempre più frequetemente.La maggior parte delle violentìze è subita in casa. Un abbraccio, un po’ stretto. Una parola, accompagnata da un’arida risata. Una carezza, pesante. La violenza non la vedi arrivare, ti travolge.

I Dati

Si pensi che nei primi 10 mesi di questo 2020 in Italia si sono verificati 91 casi totali di omicio femminile. Se si riflette, considerando le misure restrittive imposte dall’emergenza pandemica nei mesi di marzo, aprile e maggio, non resta che constatare la gravità del caso. È stata uccisa una donna ogni tre giorni dall’inizio del 2020. Il VII Rapporto Eures sul femminicidio in Italia attesta, rispetto all’anno passato una sostanziale diminuzione delle vittime femminili della criminalità comune, riportando però una determinante crescita del numero dei femminicidi familiari.

La coppia continua a rappresentare il contesto relazionale più a rischio per le donne, incidenza progressivamente crescente che annovera come vittime le coniugi, partner, amanti, ex partner, e come autori nella quasi totalità dei casi (94%) uomini, quali partner o ex partner. Specificatamente, durante i mesi di lockdown, la convivenza è diventata trappola di odio e violenza. In valore assoluto, il confronto tra il nummero di femminicidi con vittime conviventi sale da 49 a 54 confrontanto l’anno passato con il 2020, mentre diminusce il numero delle vittime non conviventi.

Centri Antiviolenza

Il fenomeno ha matrice sociale, su questo non vi è dubbio. Costituisce violenza non solo il fatto compiuto attivamente, quello di arrecare il danno fisico o psichico connotato come ‘violenza’, ma anche e particolarmente, la condotta omissiva, quella di chi sa ma tace. Innumerevoli fattori possono indurre a fare la scelta del silenzio; forse si preferisce la riservatezza, come accade soprattuto nei piccoli contesti come nei luoghi di lavoro, spesso invece si predilige un distacco empatico o il semplice disinteresse.

Moto spesso è la stessa vittima a sentirsi a disagio. Molte donne non hanno l’opportunità di poter parlare data la gravità della violenza che subiscono, altre non hanno la forza, ed altre ancora, pur volendo manifestare la loro dichiarazione, non sanno a chi rivolgersi. I centri antiviolenza in italia sono troppo pochi e mal distribuiti. Interi territori restano scoperti soprattutto al Sud e nelle Isole, e i finanziamenti seppur previsti non arrivano in tempi utili.

Lo scorso Martedì 24 novembre si è tenuto un incontro organizzato dalla Commissione d’inchiesta sul femminicidio cui hanno presidiato la senatrice Valeria Valente e,  in videoconferenza, il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte con la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti. Inoltre cospicua la rappresentanza delle associazioni e dei movimenti che storicamente in Italia gestiscono i centri antiviolenza come Di.Re Donne in rete contro la violenza e il movimento Non Una di Meno.

Essendo i centri antiviolenza regolati dall’Intesa Stato, Regioni Province Autonome firmata nel 2014, risulta spesso troppo lunga e poco efficiente la filiera governo, regioni, comuni, centri. Dalle parole delle attiviste di ‘Non Una di Meno’ si rileva la sussistenza di una problematica riguardante non solo l’efficacia della distribuzione dei fondi ma anche e soprattutto inerente ai caratteri di consapelvolezza nella distribuzione. Dietro alla questione amministrativa-burocratica c’è una questione politica rispetto alle priorità che vengono date ad alcuni centri rispetto che ad altri.

“La violenza di genere non si esprime solo con l’aggressione fisica, ma include le vessazioni psicologiche, i ricatti economici, le minacce, le varie forme di violenza sessuale, le persecuzioni e può sfociare nel femminicidio. Alla base vi è l’idea dissennata e inaccettabile che il rapporto tra uomini e donne non debba essere basato su di un reciproco riconoscimento di parità”

– Sergio Mattarella, in occasione della giornata internzionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

A cura di Michela Santucci