Quasi 30 anni da Tangentopoli, ma le mani sono ancora sudicie


La corruzione è un problema che affligge il nostro Paese da molto tempo, tant’è che se ne parla ancora oggi dopo 30 anni da una delle più grandi inchieste giudiziarie di tutta la storia della Repubblica.


Sono trascorsi 29 anni dalla clamorosa inchiesta giudiziaria Mani Pulite guidata dal magistrato Antonio Di Pietro, che coinvolse non solo la capitale delle tangenti, Milano, ma l’intero Paese. Tutto ebbe inizio con una mazzetta di 7 milioni di lire, quando venne colto in flagranza e arrestato Mario Chiesa il 17 febbraio 1992. Quest’ultimo era il presidente della casa di cura del Pio Albergo Trivulzio e esponente del Partito Socialista italiano e stava incassando una tangente dall’imprenditore Luca Magni in cambio di un appalto. Bettino Craxi, segretario del partito socialista, lo definì un “mariuolo” e affermò si trattasse di un caso isolato.

In realtà, ciò che era nascosto sotto al tappeto non era affatto un granello di polvere, bensì un mucchio che cresceva sempre di più. Un cumulo di sporcizia talmente consistente che creava una gobba di sospetto ben visibile anche in superficie. L’inchiesta sollevò un polverone che riguardava tutti i partiti e che vide cadere le forze della Prima Repubblica.

“(…) Tangentopoli rappresenta il momento in cui una inchiesta giudiziaria affronta quello che è stato un vuoto della storia d’Italia: il ruolo dei partiti e il modo di finanziamento dei partiti (…) un vuoto, una dinamica non regolata, non coperta e che certamente non era stato oggetto di discussione non solo tra le forze politiche ma anche nell’opinione pubblica”. Così definisce l’evento storico, in un’intervista, Federico Niglia, docente di storia contemporanea dell’Università Luiss Guido Carli. “Ciò mostra come i partiti passino da essere il ganglo vitale alla cellula malata di un sistema”.

Basti pensare che solo a Milano 5000 furono gli indagati, di cui 4 ex presidenti del Consiglio e centinaia di parlamentari. Non si trattava più di una corruzione intesa come scambio individuale, ma piuttosto era venuto a formarsi una sistema di corruzione allargata, dove lo scambio di denaro era il biglietto d’accesso per le decisioni della pubblica amministrazione. Venne a galla un utilizzo sistematico di tangenti per la gestione di appalti relativi a istituti penitenziari, autostrade, mezzi di trasporto e vari enti pubblici, oltre al coinvolgimento di numerose imprese pubbliche e private principali d’Italia. Inoltre, una parte dell’indagine, rivolta a tangenti pagate da alcuni imprenditori per evitare controlli fiscali, condusse a 100 arresti nella Guardia di Finanza e numerosi magistrati e avvocati furono accusati di corruzione in atti giudiziari. L’inchiesta Mani Pulite durò due anni e condusse a 1300 condanne e patteggiamenti.

E oggi? Non v’è più traccia di ciò che successe quasi 30 anni fa? Sarebbe un sogno, ma purtroppo non corrisponde alla realtà. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha segnalato un caso di corruzione a settimana tra il 2016 e il 2019, di cui 3 su 4 relativi ad appalti pubblici. “Mani Pulite è un momento fondante del nostro presente nel bene o nel male” continua il professor Niglia, “Un sistema che nasce sulle ceneri di una grande inchiesta giudiziaria è un sistema in cui la politica ha fallito”.

Il diffondersi dei vari tipi di corruzione si può ricondurre a delle vere e proprie patologie del sistema politico italiano, che non furono, difatti, “sconfitte” dall’inchiesta Mani Pulite. Anzi, quest’ultima vide un rapido declino pochi anni dopo. Molti scandali furono archiviati, a causa della mancanza di riforme ad hoc.

Si trattò e si tratta tutt’ora di un fenomeno che si espande a macchia d’olio su concetti ancora più ampi. Principi fondamentali, come quelli dell’uguaglianza, della trasparenza e della giusta competizione elettorale, sono inevitabilmente menomati. Conseguenza ultima, ma non inferiore, è un sistema caratterizzato da profonda incompetenza, che porta un Paese alla deriva. Un sistema che, premiando la spregiudicatezza e i raggiri, non rispetta le proprie leggi e straccia a brandelli il concetto di legalità.

A cura di Aurora Leoci

Fonti: dati ANAC, Vanity Fair intervista a Federico Niglia, Treccani, Raicultura