10 anni da Fukushima: il prezzo del rischio

L’11 marzo 2011 si verificò l’evento catastrofico di Fukushima. Oggi, dovremmo preoccuparci dei suoi effetti non ancora esauriti, così come della pandemia da COVID-19. Il 25 marzo di quest’anno la staffetta della torcia olimpica partirà proprio da Fukushima, come simbolo propiziatorio contro il virus che ci attanaglia e le temute conseguenze del disastro nucleare.

10 anni fa ci fu un forte terremoto di magnitudo 9.1 al largo delle coste orientali nipponiche, a cui seguì uno tsunami con onde alte decine di metri. Queste ultime giunsero anche alla centrale nucleare di Fukushima, dotata di una barriera di protezione di 10 metri, che sfortunatamente non fu sufficientemente alta rispetto agli impeti del maremoto. Ciò provocò innumerevoli danni a molte strutture, tra cui l’abbattimento dei piloni adibiti alla corrente elettrica e l’allagamento della sala con i generatori diesel d’emergenza. Proprio a causa della mancanza di alimentazione della centrale, il combustibile nucleare si surriscaldò e la temperatura nel reattore andò fuori controllo, liberando anche dell’idrogeno. Diverse furono le esplosioni degli edifici che rilasciarono il materiale radioattivo. Un’intera regione d’improvviso perse il controllo: pesca e agricoltura furono a lungo impossibili, le acque contaminate da livelli di iodio, cesio e cobalto più di 100 volte maggiori del limite consentito. Il terrore, poi, si riversò sulle vittime: 2 morti, 16 lavoratori rimasero feriti a causa delle esplosioni, decine furono esposti alle radiazioni e la popolazione limitrofa fu costretta ad abbandonare la propria abitazione per molto tempo.

Le proporzioni del disastro furono immani, seppur inferiori al precedente di Chernobyl. Difatti, l’evento fu classificato come catastrofico secondo la scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici.

Inoltre, l’acqua contaminata continua oggi ad essere usata per raffreddare gli impianti e ci sono mille enormi serbatoi, corrispondenti a circa 400 vasche olimpioniche per intendersi, che prima o poi andranno smaltite. Il governo giapponese, infatti, ha in piano di disperdere l’acqua gradatamente nell’oceano Pacifico, poiché è stata pulita quasi del tutto dagli elementi radioattivi. L’unico fra questi impossibile da eliminare è il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno relativamente meno pericoloso per la salute umana e già presente in piccole quantità nel mare. Una tale soluzione, però, desta comunque numerosi dubbi, poiché sono temute e poco certe quelle che sarebbero le conseguenze. Ciononostante, il governo sarà costretto a prendere una decisione entro l’estate 2022, quando si presume che saranno esauriti gli spazi per il contenimento dell’acqua contaminata.

Quello dell’acqua non è, però, l’unico problema. Le barre di combustibili, che sono il cuore dei reattori, continueranno ad essere pericolose e radioattive per centinaia di migliaia di anni. E a questo non è stata ancora oggi ideata alcuna tecnologia capace di porvi rimedio.

Le domande che sorgono spontanee, in questo momento storico tanto critico e mutevole, sono due.

1. I rischi sono stati sottovalutati o, peggio, negati?

Il nucleare sembra aver cercato sempre di nascondere in cantina i rischi evidenti che comporta. L’idea all’epoca di Fukushima era che la struttura fosse sicura e che un disastro come quello che è accaduto non si sarebbe verificato. In realtà, quando si tratta di tecnologie così delicate, la scelta migliore sarebbe quella di tenere sempre in conto ogni eventualità. Rileva in tal caso la capacità di non farsi cogliere impreparati di fronte all’imprevedibilità degli eventi naturali, che, si sa, sono ricorrenti. È pur vero che nulla può raggiungere la perfezione, nemmeno le invenzioni che appaiono sicure, e che è inevitabile correre un rischio, ma è fondamentale ricordarsene.

2. Vale la pena riportare il nucleare in Italia?

Se ne discute molto negli ultimi anni. L’energia nucleare, attualmente, contribuisce al 10% della produzione mondiale di energia elettrica e ci sono ben 53 centrali nucleari in costruzione. L’incidente di Fukushima sembra avere insegnato, secondo l’esperto Matteo Passoni, che “nonostante l’eccezionalità dell’evento naturale, l’incidente poteva essere evitato o almeno meglio gestito”. I dubbi sono comunque innumerevoli e riguardano proprio la gestione che il nostro Paese riuscirebbe ad adottare per rendere più che sicuro un impianto nucleare, la cui costruzione e messa in funzione richiederebbe, in ogni caso, ingenti somme di denaro e almeno venti anni di tempo. Secondo molti esperti, infatti, sarebbe meno pericoloso e più ingegnoso rivolgere forze e liquidi verso altri obiettivi.

Ciò che spesso sfugge è che, ogni anno trascorso, grandi menti danno vita a grandi innovazioni. Ogni giorno può nascere un’ulteriore informazione capace di cambiare tutto o solo una virgola. Oggi crediamo di aver raggiunto il massimo e non sempre consideriamo che tra vent’anni, ed anche meno, quel “massimo” si tramuterà in un “minimo”. Di certo non porterebbe a molto concentrare l’evoluzione e le decisioni su semplici previsioni, ma, forse, la vera furbizia sta nel tenere in conto, nel presente, ogni rischio positivo e negativo che il progresso comporta. Mai sottovalutare l’ignoranza sul futuro, ma sempre farne un vantaggio.

A cura di Aurora Leoci

11/03/2021

Fonti: ANSA, ilPost, Corriere, Ohga, WillMedia