Sarah Everard, l’omicidio che ha sconvolto la Gran Bretagna e il mondo intero

(in foto, le proteste scoppiate in Gran Bretagna dopo l’omicidio).

Se la settimana scorsa la giornata dell’8 marzo era stata dedicata a celebrare e valorizzare il ruolo della donna nel contesto sociale attuale, quello accaduto alla trentenne Sarah Everard ha smentito tutte queste “conquiste”.

Sono le nove di sera: mentre la ragazza torna da una cena con amici, scompare nel nulla.

Un agente della polizia viene arrestato: sospettato di aver rapito e ucciso la ragazza, dopo che il suo corpo della ragazza viene ritrovato nel Kent, a poca distanza dalla casa del poliziotto.

Questo avvenimento ha scatenato in un tutto il paese un grande dibattito e diverse proteste contro lo strapotere della polizia. Secondo un sondaggio commissionato per UN Women UK, il 97% delle donne tra i 18 e 24 anni nel Regno Unito ha subito molestie sessuali, l’80% di quelle di tutte le età è stata molestata in luoghi pubblici.

A quanto pare, nonostante tutte le battaglie portate avanti, una donna non è ancora al sicuro se torna a casa da sola, ci sarà sempre qualcuno di cui aver timore. Purtroppo, a tutte sarà capitato di sentirsi suggerire di non tornare a casa da sola, di non vestirsi in maniera troppo provocante se si doveva ritirare tardi, di tenere un mazzo di chiavi nella mano per difendersi da un eventuale aggressore.

Ma in questi ultimi giorni, le donne hanno protestato anche in altri Paesi per rivendicare i propri diritti. In particolare, in Messico vi è stata una violenta esplosione di proteste tenutasi nei pressi della sede del governo, alcune con i propri bambini, altre con martelli e asce per scontrarsi con la polizia, disposte ad avere un confronto che speranzosamente avrebbe obbligato il paese a prendere seri provvedimenti contro la violenza di genere i cui tassi sono tra i più alti a livello mondiale.

La soluzione sta nell’indignazione che può portare solo alla sensibilizzazione da parte di tutti: bisogna spiegare che la colpa non sarà mai della vittima, per una gonna corta o per aver percorso quella strada da sola. Il comportamento da correggere sta in chi mette in atto l’offesa, non in chi la riceve.

Difatti, il Messico si colloca al 23° posto tra i primi venticinque paesi per il più alto tasso di femminicidi registrati dal 2007 al 2012, mentre la percentuale di donne uccise con arma da fuoco è tra le più alte al mondo.

La protesta è stata fortemente alimentata, inoltre, dall’astio nei confronti del presidente Mr. Lopez Obrador, in previsione delle elezioni di giugno, che ha recentemente supportato un politico accusato da diverse donne di stupro in un paese.

Mentre Obrador ha rappresentato il suo governo come una componente integrante del movimento populista per valorizzare coloro che da sempre sono stati emarginati in Messico, le attiviste per la causa femminile sostengono, invece, come il presidente abbia di fatto non tenuto in considerazione le necessità di metà della popolazione. Mentre il presidente sostiene di essersi battuto per limitare la violenza di genere, i critici ribattono di come, in realtà, di quanto poco sia stato fatto per arginare questa gravosa problematica.

Il problema fondamentale è più che altro l’impunità: l’indagine di un sito d’informazione, Animal Politico, riporta come dal 2014 al 2018 solo il 5% delle accuse di stupro si siano di fatto tramutate in sentenza. E questa situazione che ha portato alcuni gruppi di protesta, ad abbracciare metodi violenti come tattica per obbligare il Paese a prestare attenzione le proprie richieste.

“Combattiamo oggi per non morire domani”, è il motto delle donne che protestavano per tutta la città verso il palazzo di governo. Per tutto lo scorso weekend, i manifestanti hanno imbrattato con un bomboletta spray la barricata scrivendo i nomi delle donne uccise dai loro mariti, fidanzati e “ammiratori”.

Durante la settimana dell’8 marzo vi sono state delle proteste anche in Pakistan, dove organizzati dei raduni, chiamati Aurat March (marcia delle donne), a favore di pari diritti per le donne e contro le violenze domestiche, a cui hanno partecipato diversi membri dell’organizzazione religiosa fondamentalista, dominante nel Paese.

Questo tipo di discriminazioni, toccano ancora il nostro Paese profondamente. Nel 2020 è avvenuto un femminicidio ogni tre giorni. In occasione del primo lockdown le chiamate al numero di emergenza sono aumentate del 73%.

Il 98% delle persone che ha perso il lavoro nel 2020 erano donne.

Per non parlare del gap salariale: si attesta che le donne vengano pagate il 12% in meno rispetto ai loro colleghi. Mentre il 22,4% delle donne si laurea di contro al 16,8% tra gli uomini, vi è un tasso di occupazione femminile del 56,1% di contro a quello maschile del 76,8%.

Si spera che tra gli obiettivi del Recovery Plan, vi siano delle misure concrete rivolte a colmare questo gap: un grande svantaggio non solo per le donne stesse, ma per un intero Paese la cui economia guadagnerebbe punti di PIL grazie all’aumento della forza lavoro disponibile.

A cura di Virginia Zappimbulso