Doveri coniugali: la legge disciplina esplicitamente in materia di rapporti sessuali fra coniugi?

Una donna chiede la condanna della Francia alla Corte europea, dopo che il tribunale le aveva addebitato la colpa del suo divorzio perché si rifiutava di avere rapporti sessuali con il marito.

Per doveri coniugali si intendono quelli che sorgono, insieme ad altrettanti diritti, con l’atto di matrimonio. Il codice civile individua questi obblighi reciproci nella fedeltà, assistenza materiale e morale, collaborazione nell’interesse della famiglia, coabitazione, contribuzione ai bisogni della famiglia in proporzione alle proprie capacità economiche e di lavoro (professionale o casalingo). La violazione di tali doveri è particolarmente rilevante in caso di separazione o divorzio, in quanto comporta l’attribuzione della colpa del fallimento del matrimonio al coniuge trasgressore ed un eventuale risarcimento del danno, che si verifica qualora sia lesa, per esempio, l’integrità psicofisica del coniuge.

Ma cosa succede se uno dei due partner si rifiuta di avere rapporti sessuali con l’altro? Il nostro codice non scende nel merito, non proferendo alcuna parola nello specifico. Eppure, la giurisprudenza è solita individuare tra le cause attribuibili di colpa di separazione o divorzio, la mancanza totale di rapporti sessuali senza un comune accordo. Difatti, in tal caso il giudice, ove sussista specifica richiesta, potrà pronunciare una sentenza di separazione con addebito nei confronti del soggetto che ha violato quest’obbligo, secondo quanto stabilisce l’art.151 c.c. – “Il giudice dichiara a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”.

Recentemente la giurisprudenza ha voluto, dunque, interpretare la sedatio concupiscentiae, ovvero l’appagamento sessuale, includendolo nell’inderogabile dovere di assistenza morale. Il motivo? Il rifiuto reiterato nel tempo di avere rapporti sessuali può essere effetto di una repulsione personale e causa di umiliazione ed offesa alla dignità.

Inoltre, secondo quanto stabilito nel 2012 dalla sentenza della Cassazione n.8773, la mancanza di intesa sessuale e di un accordo tra i coniugi sulla tipologia e sulla frequenza dei rapporti provano una carenza di legami e una convivenza intollerabile, legittimando la domanda di separazione. E ancora, secondo la sentenza della Cassazione n.19112 dello stesso anno: “Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge – poiché, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner – configura e integra violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall’articolo 143 cod. civ., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale”.

Negli ultimi giorni, sono sorte diverse proteste proprio a tal proposito. In Francia nel 2019, i giudici della corte d’Appello di Versailles avevano pronunciato una sentenza di divorzio con addebito di colpa esclusivo della moglie, poiché si era rifiutata di avere rapporti sessuali con il marito. La corte ha ritenuto, con successiva conferma da parte della Cassazione, che i fatti in questione “costituiscono una violazione grave e ripetuta dei doveri e obblighi del matrimonio, che rendono intollerabile la vita in comune”.

La donna ha, così, presentato pochi giorni fa un ricorso contro la Francia davanti alla Corte europea per i diritti umani per “ingerenza nella vita privata e violazione dell’integrità fisica”.

È sostenuta in questa battaglia dalle associazioni femministe Collectif féministe contre le viol e Fondation des femmes. Queste ultime affermano, infatti, che la giustizia francese starebbe negando il diritto delle donne di essere consenzienti o meno nei rapporti sessuali, attraverso l’inclusione della fattispecie nel novero dei doveri coniugali. Secondo tale interpretazione, il matrimonio continua ad essere una sorta di servitù sessuale, dalla quale viene eliminata ogni via di scampo legale.

Leggendo la notizia e constatando la complessità dell’argomento, siamo stati apparentemente catapultati indietro nel tempo. Non sono, difatti, in molti a sapere che, se uno dei coniugi si rifiuta sistematicamente di avere rapporti con l’altro, può essere soggetto a sanzione e addebito per aver causato il divorzio. In realtà, però, non basta il mero fatto per far sussistere la causa di addebito di colpa. È necessario che dietro al semplice rifiuto si celi un nesso di causalità tra il fatto e l’evento, e soprattutto è fondamentale analizzare i motivi che hanno condotto al rifiuto. Dunque, se la donna francese ha accusato il famoso “mal di testa” per sfuggire ad ogni occasione di intimità, poiché priva di attrazione nei confronti del marito, sembra più che ovvia la debolezza del legame fra i due e sarebbe scontato il naufragio di sentimenti e la conseguente richiesta di divorzio.

Se, invece, dietro al rifiuto si celasse un motivo ben più grave, come ad esempio il rischio di una violenza, sarebbe tutto un altro paio di maniche. In quest’ultimo caso, infatti, rientrerebbero ampiamente le accuse delle associazioni femministe alla normativa francese, che annienterebbe la possibilità delle donne di divorziare da mariti rivelatisi criminali.

Tralasciando per qualche momento le cause che hanno condotto la donna francese a rifiutare i rapporti con il proprio consorte, è interessante soffermarsi sul motivo per il quale la legge non si sia espressa in modo esplicito per regolare la fattispecie, a quanto pare frequente.

È indispensabile distinguere il piano civilistico da quello penale, poiché l’atto sessuale deve essere sempre libero e consensuale, anche se all’interno del matrimonio. Proprio per questo motivo, è necessario analizzare volta per volta la ratio che conduce al rifiuto del rapporto, per valutare di conseguenza se ricomprendere o meno il caso nell’ambito della violazione dei doveri coniugali.

Forse il legislatore dell’epoca riteneva fosse ovvio e automatico inglobare i rapporti sessuali tra i doveri a cui i coniugi sono sottoposti una volta sposati. E questo in quanto la normativa entrò in vigore in un periodo storico durante il quale era normale pensare al matrimonio come il momento di inizio della vita sessuale di una persona, donna in particolare.

O forse, la scelta normativa aveva il fine di evitare che ne derivassero interpretazioni estreme, poiché includere espressamente una disciplina relativa agli atti sessuali nel matrimonio, potrebbe legittimare, nelle menti più deviate, l’uso della violenza e la costrizione fisica.

In ogni caso, però, l’opera interpretativa svolta dalla giurisprudenza sembra essere la miglior via percorribile. L’esigenza di giustizia e le diverse situazioni sociali sono in questo modo conciliate.

Il diritto, dunque, non viene imprigionato nel congelatore del dato scritto normativo, ma è libero, seppur nei limiti, di adattarsi alle infinite fattispecie. È evidente, ancora una volta, quanto sia fondamentale tener sempre presente le mutazioni della società, per smussare ed evolvere, non i principi fondanti, ma le esigenze di diritto.

A cura di Aurora Leoci