Ergastolo ostativo incostituzionale: cosa ne penserebbe Falcone?

La Corte Costituzionale il 15 aprile 2021 ha dichiarato l’ergastolo ostativo incompatibile con la Costituzione. Ma quali sarebbero le conseguenze di una tale decisione? Il rischio più grosso è quello di indebolire il contrasto alla criminalità organizzata.

La Corte di Cassazione con ordinanza numero 18518/2020 aveva sollevato lo scorso anno una questione di legittimità costituzionale relativamente all’istituto dell’ergastolo ostativo. Quest’ultimo, da quanto evince, viola alcuni articoli della Costituzione e della CEDU, ma prima di scendere nel dettaglio, ricordiamo brevemente la disciplina e le sue origini.

Si tratta dell’art.4bis dell’ordinamento penitenziario (D.L. N.152/1991), emanato all’indomani della strage di Capaci, in un momento storico di grave emergenza mafiosa. L’articolo è parte di una riforma volta all’adozione di misure più restrittive per contrastare la criminalità organizzata. Giovanni Falcone, l’allora Direttore generale per gli Affari Penali, collaborò intensamente per la realizzazione del piano riformatorio.

La differenza introdotta tra ergastolo ed ergastolo ostativo, dunque, risiede nel fatto che nel primo vengono concessi ai detenuti dei benefici, come l’accesso al lavoro all’esterno, i permessi premio o la liberazione condizionale in determinate circostanze; nel secondo, invece, questi “vantaggi” sono assolutamente negati, in quanto gli ergastolani in questione sono stati artefici di delitti particolarmente gravi. Tra questi ultimi rientra non solo l’associazionismo mafioso, ma anche la riduzione in schiavitù, violenza sessuale di gruppo, sequestro di persona a scopo di estorsione, pedopornografia, prostituzione minorile e ad altri ancora.

In realtà però, la privazione di questi benefici nell’ergastolo ostativo non sarebbe disposta utcumque, ma solo se il malvivente in questione si rifiutasse di collaborare con la giustizia. La ratio si identifica nella presunzione di una persistente pericolosità sociale del reo, il quale, rigettando la proposta di cooperazione, dimostrerebbe di non essersi ravveduto delle proprie azioni o di voler mantenere vivi i legami con l’associazione criminale di cui fa parte.

Nonostante il ragionamento contenuto nella riforma del ’91 appaia logico e salomonico, non sono assenti grossi dubbi relativi ai diritti e i principi del nostro ordinamento che sarebbero violati.

In particolare, l’istituto sembrerebbe contrastare gli articoli 3 e 27 della nostra Costituzione. L’art.3 è il pilastro del principio di uguaglianza, che sorregge pressoché ogni intervento legislativo e ogni ambito della vita quotidiana. Dunque, l’ergastolo ostativo, discriminando gli individui ad esso condannati, si opporrebbe, secondo alcuni, alla forza della colonna che sostiene l’ordinamento.

L’art.27, invece, sancisce il carattere umano dei trattamenti riservati ai condannati e sottolinea l’obiettivo di rieducazione che la pena dovrebbe avere. Allorché, una pena, che priva di qualsiasi beneficio il detenuto, è difficilmente interpretabile in un senso di giustizia che legittimerebbe la deroga al diritto di umanità e rieducazione, previsti costituzionalmente.

Come se non bastasse a lasciar grosse perplessità, anche l’articolo 3 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) sarebbe violato dalla disciplina dell’ergastolo ostativo. Difatti, l’art.3 rappresenta uno dei traguardi più importanti raggiunti dalla società moderna, proibendo qualsiasi trattamento degradante o disumano nei confronti dei detenuti.

Già nel 2003, nella sentenza numero 135, la Consulta aveva difeso l’ergastolo ostativo, ritenendo il modo di dire associatogli “fine pena mai” non veritiero. Infatti, secondo il giudice l’art.4bis o.p. non implica la perpetuità e l’irreversibilità dell’esclusione del condannato dai benefici, ma solo fin quando persiste la sua scelta di non collaborare con la giustizia.

Ciononostante, nel 2019 la Corte europea, nel caso “Viola c. Italia”, aveva condannato l’ergastolo ostativo e rigettato il ricorso, invitando l’Italia a riformare l’istituto, poiché lesivo della dignità umana.

Con il comunicato del 15 aprile 2021 l’invito sembra essere stato accolto e, anzi, tramutato in decisione da parte della Corte Costituzionale, sotto spinta della Cassazione. La Corte Costituzionale ha, però, concesso un anno di tempo al legislatore per intervenire nella modifica della disciplina e, in caso di astinenza, sarà essa stessa a pronunciarsi definitivamente al riguardo. Una scelta sicuramente lodevole quella della concessione di tempo, sia dal punto di vista del rispetto dei dialoghi tra le istituzioni e sia dalla prospettiva di tutelare la collettività.

In realtà, le obiezioni alle violazioni degli articoli citati sono modiche e di breve vita. Ma ciò che più desta confusione è il timore di indebolire quel sistema di contrasto alla criminalità organizzata, per cui tanto dolorosamente e lungamente il popolo e figure eccezionali, come Falcone, hanno lottato.

Cosicché sorge spontanea la domanda: come mai Falcone e tutti coloro che collaborarono alla riforma nel 1991 non si resero conto delle violazioni ai diritti umani e costituzionali che stavano ponendo in atto con l’introduzione dell’ergastolo ostativo? Sicuramente conoscevano bene la Costituzione e sicuramente avevano a cuore il rispetto della dignità della persona e la salvaguardia dei principi fondamentali. Dunque, probabilmente la scelta fatta all’epoca era stata ben pesata: su un piatto della bilancia v’erano i diritti umani di cui devono godere anche i detenuti e sull’altro l’esigenza di giustizia. A quest’ultima si sommava  (e si somma anche oggi) la necessità di contrastare ogni forma di associazione mafiosa o terroristica.

Un dubbio, allora, appare irrisolvibile nunc et usque: è legittimo derogare ai principi fondamentali nei soli casi in cui sia l’unico modo per assicurare giustizia e tutela per i cittadini?

Le correnti di pensiero sono due e per sempre opposte. Al lettore è lasciato interpretare e scegliere. Basti ricordare che, in qualità di ordine virtuoso dei rapporti umani, la giustizia è messa in atto sempre come volontà del popolo. È una dea, che seppur bendata, ascolta bene la voce del benessere sociale.

A cura di Aurora Leoci

16/04/2021