8 giorni sono troppi? Una violenza dura tutta la vita

“Non è vero niente” dichiara Beppe Grillo per il figlio accusato di stupro. La verità è ancora ignota, ma c’è qualcosa di ancora più importante da sottolineare.

L’ennesimo episodio di violenza. Un’altra storia raccapricciante è ormai sotto gli occhi di tutti e vede coinvolto il ventenne Ciro Grillo, il figlio del fondatore del Movimento 5 stelle, in un presunto stupro di gruppo nei confronti di una ragazza coetanea. Presunto, sì, perché la giustizia non si è ancora espressa in modo decisivo al riguardo.

La vicenda, difatti, si è verificata nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2019 in Sardegna, quando Ciro, insieme ad altri tre amici, avrebbe costretto una ragazza conosciuta in vacanza a bere mezza bottiglia di vodka e ad avere rapporti sessuali di gruppo.

La vittima ha denunciato l’accaduto otto giorni dopo, al ritorno a Milano dai genitori.

Le indagini sono durate quasi due anni e i magistrati hanno posto sotto controllo i cellulari degli imputati. In particolare, un video ha fatto da testimonianza di quanto accaduto, lasciando però numerosi dubbi riguardo la sua interpretazione. Quest’ultima, difatti, non riguarderebbe la verificazione del rapporto sessuale di per sé, effettivamente successo, ma il bivio si riferisce piuttosto alla presenza o assenza di consenso da parte della ragazza.

Nel novembre 2020 la procura ha messo gli atti a disposizione della difesa. Quest’ultima, a metà aprile 2021, ha depositato le controdeduzioni difensive, basate sulle dichiarazioni degli imputati, i quali hanno respinto le accuse.

Secondo la difesa, il racconto della ragazza mancherebbe di grande credibilità per tre principali motivi: il ritardo della denuncia, la continuazione della vacanza per altri sette giorni e la pubblicazione sui social network di foto del viaggio.

Al contrario, secondo Adnkronos, invece, per la procura non si sarebbe trattato di rapporti consenzienti, ma di violenza sessuale di gruppo. A riprova di ciò anche l’assenza di lucidità della ragazza, a seguito dell’ebrezza forzata.

Anche Beppe Grillo è recentemente intervenuto sui social in difesa del figlio, dichiarandone l’innocenza attraverso un video. Le sue parole, metaforicamente e letteralmente urlate, sono risultate molto forti e alcune sue teorie sicuramente discutibili, nonostante sia in parte comprensibile l’ira di un padre sconvolto di fronte a tale situazione coinvolgente il proprio figlio.

Egli avrebbe, infatti, supposto che la versione raccontata dalla ragazza fosse frutto di una menzogna, in quanto risulterebbe troppo ambiguo un ritardo di otto giorni della denuncia. Inoltre, carico di rabbia, Grillo sembra lamentarsi di un sistema che definisce il figlio uno “stupratore seriale”, nonostante alcuna sentenza di condanna sia stata emessa a distanza di due anni.

Grillo, in poco meno di due minuti, riesce a tirar fuori la quintessenza di tutti quei pregiudizi e di tutte quelle abitudini malsane che, ancora oggi, spingono alcune persone a tollerare le molestie sessuali e le violenze contro le donne” ha dichiarato Michela Marzano in un intervento su La Stampa.

In effetti, al di là della veridicità di quanto accaduto, la cultura alla quale siamo abituati spesso ignora il reale stato in cui si trova una vittima di tali atti brutali. Senza nulla togliere alla gravità degli altri reati, non si tratta di un furto in casa, di una truffa o di un incidente, quanto piuttosto di un trauma, al quale è difficile scampare. La violenza fisica si traspone tutta su un livello mentale, comportando diversi tipi e tempi di reazione, variabili incalcolabili da persona a persona. Le paure sono innumerevoli, fra tutte la consapevolezza, a denuncia fatta, che sarà necessario ricordare e raccontare, spesso per anni, ogni dettaglio di una tragedia che si vorrebbe solo cancellare.

Allora perché non dovremmo credere ad una ragazza, per il solo motivo che ha ritardato nell’effettuare una denuncia? “Le donne non sono credute, la violenza viene minimizzata” afferma Antonella Veltri, presidente della rete dei centri antiviolenza D.i.Re.

In realtà non sappiamo come si è svolta realmente la vicenda e probabilmente sarà quasi impossibile conoscerlo con certezza inconfutabile. Ciò che piuttosto preme spiegare è l’annullamento dell’individuo soggetto a violenza, privato di dignità. Non si tratta di semplice orgoglio o pudore. È una sporcizia che si percepisce nel profondo e che cresce ogni giorno, giungendo a soffocare la mente. Uno tra i ricordi persistenti? Essere diventati, seppur per poco tempo, un mero oggetto inanimato.

Allora, ritenere che otto giorni siano troppi per denunciare non equivale a scoraggiare le innumerevoli donne vittime di violenza, che non hanno avuto la forza di farsi avanti subito, a farlo successivamente? È importante ricordare che non è rilevante la data: una violenza va denunciata. E non sta a nessuno, se non alla giustizia, sentenziare. Il ruolo che “resta” al popolo è d’importanza forse maggiore: la sensibilizzazione a temi ancora troppo sottovalutati e spesso annichiliti per trovarci nel 2021.

A cura di Aurora Leoci